31 luglio 2026

Usa, GDP 2° trimestre in rallentamento

 Il reddito disponibile delle famiglie americane nel secondo trimestre è diminuito dello 0,1% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2025. Ciò nonostante, i consumi sono cresciuti del 2,3%.


Le famiglie hanno mantenuto il loro tenore di vita accantonando il 38% in meno rispetto a quanto avevano risparmiato un anno prima. 

E’ dall’agosto del 2024 che il risparmio delle famiglie si riduce costantemente rispetto all’anno precedente e il tasso di risparmio è sceso al 2,7% (alla fine del 2021 era al 6,6%).

Parallelamente cresce il credito al consumo. A giugno era del 3,7% più elevato rispetto a un anno prima.

Non risparmiare (praticamente spendono il 97,3% del reddito) e indebitarsi per mantenere il tenore di vita non è una strada che può portare lontano.

Chi non spende è invece l’amministrazione pubblica. La spesa espressa in termini reali è rimasta invariata rispetto ad un anno prima. Anche le spese militari, una volta deflazionate dalla crescita dei prezzi, risultano leggermente in calo (-0,3%). In termini nominali sono cresciute del 5,5%, ma l’aumento dei prezzi praticato delle imprese del settore della difesa ha provveduto ad assicurarsi la possibilità di incrementare gli utili grazie ai maggiori stanziamenti per il Pentagono.

E’ andato bene l’export (+5,3%), ma le importazioni hanno sottratto la domanda al sistema economico nazionale per il 4,2%. Il contributo netto dall’interscambio con l’estero è quindi poco più dell’1%.

Nel complesso, la domanda al netto degli investimenti è stata dell’1,8%, in rallentamento rispetto al 3,8% conseguito nel primo trimestre.

Nonostante la debolezza della domanda, gli investimenti non residenziali sono cresciuti del 6,1%. Se non teniamo conto delle infrastrutture industriali e commerciali, gli investimenti crescono del 9,1%.

I timori che queste spese non diano i frutti che ci si aspetta non sono quindi del tutto infondati. Se i redditi non crescono, alla lunga non potrà crescere la domanda di beni e servizi per le imprese e quegli investimenti finiranno per “arrugginirsi”. Al momento le famiglie stringono la cinghia e si indebitano, ma il credito può sempre svanire in qualunque momento, se le insolvenze dovessero crescere.

Il prodotto interno lordo (GDP +2.1%) cresce pertanto soprattutto grazie alle spese delle imprese, ma in rallentamento rispetto al trimestre precedente (+2,7). 

Anche l’AI non può fare miracoli.



28 luglio 2026

L'oro ha trovato la sua base?

 


A luglio, per l’oro sembra essersi formata una base intorno ai 4 mila $. Dall’inizio dell’anno perde il 6,7%, ma rispetto a un anno fa guadagna ancora il 22%.

Questo plateau sembra tanto più solido se si si considera che, dopo le vendite del secondo trimestre da parte degli ETF specializzati nel metallo giallo per 45 tonnellate, a luglio in base ai primi dati preliminari sembra siano ritornati ad acquistare oltre 15 tonnes.


L’oro “paradossalmente” sta soffrendo le tensioni geopolitiche. Ma i paesi arabi, con il venir meno di buona parte delle entrate non solo petrolifere ma anche turistiche e la necessità di sopperire a spese militari non previste, hanno affrontato l'emergenza liquidando parzialmente gli investimenti in oro che, fino a febbraio, superavano abbondantemente i 5 mila $.

La stabilizzazione del Medio Oriente (più o meno) non ha risolto i problemi dei paesi del Golfo, ma ha ridimensionato la necessità di proseguire nella ricerca di liquidità.

Peraltro, sono proseguiti gli acquisti delle banche centrali. Quella Cinese, ad esempio, ha annunciato a maggio il 19mo mese consecutivo in cui ha incrementato le proprie riserve in oro; dall’inizio dell’anno sono state acquistate 25 tonnellate, portando le riserve ufficiali del metallo giallo intorno al 9%.


Probabilmente occorrerà del tempo prima che riparta un nuovo ciclo espansivo, ma difficilmente potrà scendere molto al di sotto dai valori correnti. Se così sarà, in un ottica di lungo periodo, l’oro continuerà ad essere un buon investimento.



26 luglio 2026

Gli indicatori per valutare lo S&P500

 Nonostante le turbolenze di questi giorni, l'indice S&P500 è diminuito dalla fine di maggio solamente del 2,2%. Il trend ascendente rimane intatto.

Gli utili per azione (eps) nel secondo trimestre sono previsti in crescita del 23,7%, in rallentamento dal +27,2 del primo quarto dell'anno. Ma nel trimestre in corso dovrebbero ritornare a crescere del 25,3% e chiudere il 2026 a +23,5.

Molto più marcato il rallentamento previsto per l'anno prossimo: dal +24,9 medio del 2026 a +16,3%.


In rapporto ai prezzi, gli eps attesi tra dodici mesi rendono il 5,1% innanzi a tassi sui titoli annuali del 4,1%. Viene in tal modo riconosciuto un premio per il rischio di un punto percentuale, che non solo è inferiore alla media degli ultimi dieci anni (2,1 punti), ma in calo da febbraio, nonostante il rendimento degli eps sia aumentato del 6,8%. La ragione della riduzione del premio al rischio va cercata nei tassi di interesse che sono cresciuti del 18,6% (da 3,49 al 4,13%). Tale incremento è la conseguenza della guerra americana contro l'Iran, che ha portato ad un aumento dei prezzi del petrolio di oltre il 33% e di riflesso all'inflazione statunitense dal 2,4 al 3,5%. Il rendimento reale dei titoli annuali, ovvero depurato dalla crescita dei prezzi, è comunque diminuito dall'1,1% di febbraio allo 0,5 di giugno.


L'inverso del rendimento degli eps è il P/E, ovvero quante volte vengono pagati gli utili. Tale multiplo si colloca a 23,5 contro una media decennale di 22,2. Si ha pertanto una sopravvalutazione del 6,1%. Per quanto improbabile che i prezzi si vadano ad allineare alla media storica dei P/E, gli eps previsti tra dodici mesi moltiplicati per il P/E a dieci anni restituiscono un valore più alto di quello odierno del 12.7%.


In conclusione, utili visti in rallentamento soprattutto a partire dal 2027, premio per il rischio insufficiente, prezzi leggermente sopravvalutati sembrano non essere sufficienti per fermare una crescita delle quotazioni che nei prossimi dodici mesi potrebbe essere superiore al 12%. Ma non mancheranno i motivi durante questo percorso per incontrare delle turbolenze, non solo per le indicazioni appena espresse, ma anche per il contesto geopolitico internazionale, tutt'altro che tranquillo.

24 luglio 2026

La media storica del P/E

 Nel post del 15 luglio avevo esaminato l'utilità del P/E forward. In sintesi, ci dice quanto stiamo pagando per gli utili di un titolo o di un indice di mercato previsti tra dodici mesi. In base ai dati di ieri, ad esempio, l'indice S&P non è assolutamente caro, in quanto il P/E +1Y si colloca sotto la media degli ultimi dieci anni.


Se effettivamente le previsioni degli utili si realizzeranno (o saranno migliori), assumere una posizione sul mercato azionario americano si rivelerà interessante. Purtroppo, non si può escludere che gli eps vengano rivisti al ribasso. Ma questa eventualità non è l'unica circostanza che potrebbe compromettere gli investimenti. Le quotazioni, i prezzi, potrebbero scendere nonostante la crescita (prevista o effettiva) degli utili.

E agli investitori interessano i prezzi. Gli eps sono un utile parametro per valutare la bontà o meno di un investimento, ma alla fine sono i prezzi che dicono se lo è stato veramente.

Già sappiamo che il P/E +1Y non ci è utile per sapere quale sarà la quotazione tra dodici mesi, dato che implica un'invarianza dei prezzi del tutto improbabile.

La media storica del P/E ci può venire in aiuto. Ovviamente non sarà in grado di dirci dove sarà un titolo o un indice tra un anno. Ma può fornire indicazioni, sulla base degli eps previsti, di dove dovrebbe essere il fair value.


Oltre a dirci di quanto è sopravvalutato (o sottovalutato), la media decennale del P/E consente di tracciare una linea dei valori determinata sulla base delle attuali previsioni degli utili (moltiplicando questi ultimi appunto per il P/E medio).

Tali valori non possono essere considerati delle previsioni. Ma possono dirci la direzione che "dovrebbero" prendere i prezzi nel prossimo futuro. 

Poiché è fisiologico che le quotazioni non siano allineate alla media decennale del P/E, bisogna evitare di considerare ogni scostamento sopra la media come un'imminente bolla pronta a scoppiare. In realtà è abbastanza facile scoprire quando siamo di fronte a una bolla. Il primo grafico ce ne offre una dimostrazione: i due picchi del P/E dopo il 2008 e alla fine del 2020 sono troppo evidenti per non rendersene conto. Quando il P/E incomincia a salire in maniera verticale, sta suonando non un campanello, ma una campana.

Per il momento, l'attuale fase correttiva non deve preoccupare. Nonostante gli scivoloni piuttosto bruschi di questi giorni (il mercato è fatto così) sta correggendo un lieve eccesso. Parliamo infatti di una sopravvalutazione dell'indice S&P500 del 6%. 

Non dico che il futuro sarà roseo davanti a noi, visto il contesto più generale. Ma un fuggi fuggi dal mercato avrebbe lasciato segni ben più visibili. E ad ogni modo, dopo la tempesta, segue sempre il sereno.

19 luglio 2026

La casalinga di Voghera e i professionisti

 


Come è noto, il primo trimestre è terminato con un calo delle borse in seguito al bombardamento degli Stati Uniti all'Iran. Tuttavia, l'indice FtseMib dei principali 40 titoli della borsa italiana ha perso meno di quanto ci si poteva aspettare: solo l'1,4% contro, ad esempio, il 4,6% dell'indice azionario americano S&P500.

Ma questa non è l'unica sorpresa relativa al mercato italiano. Chi fu a dare l'input alle vendite, seppur modeste come si è visto, sono stati gli investitori esteri, il cui peso su Piazza Affari è sceso di quasi un punto percentuale, ritornando per la prima volta dalla fine del 2024 sotto il 50%.

Le vendite degli investitori esteri sono state assorbite in parte dalle famiglie (per 0,2 punti percentuali), ma soprattutto dal sistema economico e finanziario nazionale (per 0,7 punti percentuali).

In altre parole, i retails solitamente accusati di vendere al primo stormir di fronde si sono comportati come i professionali, mentre gli investitori esteri, ove non si parla evidentemente del sig. Smith, ma di investitori prevalentemente istituzionali, se la sono data a gambe levate appena le cose hanno cominciato a mettersi male.

Peccato! Perché dalla fine del primo trimestre (ovvero da quando Trump si è stufato di giocare a fare il generale dell'esercito più potente del mondo, almeno temporaneamente) la borsa italiana è cresciuta di oltre il 17% (contro poco più del 14% dell'indice S&P).

Probabilmente il merito sarà da attribuire al ritorno degli investitori esteri, dato l'enorme peso che giocano sulla borsa italiana, ma fa specie notare che i cosiddetti professionisti alla fine non siano molto diversi dalla rinomata casalinga di Voghera, che nel caso specifico ha avuto forse più sangue freddo di coloro che passano il tempo a scrutare pareti tappezzate di grafici otto ore al giorno.


18 luglio 2026

Materie prime e Bitcoin

 

Giunti a metà mese, l’azionario americano, i titoli decennali e l’oro risultano poco mossi rispetto alla fine del mese scorso. Gli unici a crescere sono le materie prime (oltre il 7%) e il bitcoin (+8,6%). 

L'aumento delle materie prime è di fatto riconducibile alla crescita dei prezzi del petrolio (+20,8% dall'inizio del mese) in seguito alla ripresa delle ostilità americane contro l'Iran. L'evoluzione futura dipende ovviamente dai progressi che potranno esserci nei negoziati per porre fine al conflitto. Trump ha bisogno di arrivare alle elezioni di midterm cantando vittoria, per cercare di risollevare un consenso che appare problematico per il resto del mandato. E' quindi probabile che le attuali tensioni siano destinate a rientrare, almeno nelle intenzioni dell'Amministrazione americana. Ma il fallimento di fatto degli ultimi accordi per giungere a un cessate il fuoco ci ricorda che l'eventuale tregua sarà sempre fragile e sempre pronta a sfociare in nuove ondate di bombardamenti, con annessi inasprimenti dei prezzi del petrolio. Il trend delle materie prime resta pertanto orientato positivamente.

Quanto al Bitcoin, il guadagno di questo mese non può costituire da base per annunciare l'avvio di un trend rialzista, ma potrebbe costruire un supporto da cui ripartire. Dai massimi la criptovaluta perde intorno al 50%. Ciò non esclude che possa subire ulteriori affondi, ma a questi livelli anche se dovesse impiegare 10 anni per recuperare i valori massimi consentirebbe un rendimento medio annuo del 7,2%, che salirebbe al 15% annuo se li raggiungesse in un quinquennio. Se i massimi fossero raggiunti nei prossimi tre anni si porterebbe a casa un guadagno  superiore al 25% annuo.

L'andamento del bitcoin dipende però dalla propensione al rischio degli investitori. Senonché non è propriamente il primo asset in cui normalmente si investirebbe. Ha bisogno di un clima di fiducia che al momento, pur essendoci, è percorso da incertezze e ripensamenti che invitano alla prudenza nell'assumere posizioni sull'azionario e che vengono amplificate quando si pensa alla valuta digitale. 

La circostanza che abbia incontrato il favore degli investitori più intraprendenti, paradossalmente, è più di buon auspicio per il clima che vi potrebbe essere sugli altri mercati che sul bitcoin.

Come si suol dire: una rondine non fa primavera