23 dicembre 2025

Il PIL americano cresce nel terzo trimestre del 2,3% su un anno fa

 

Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti tra il secondo e il terzo trimestre avanza dal 2,1% al 2,3% rispetto agli stessi periodi dell’anno scorso.

Il merito non è certo delle famiglie, che vedono rallentare la crescita del redditi personali dall’1,8 all’1,5%. Parallelamente sono stati ridimensionati i consumi dal 2,7 al 2,6%. La domanda delle famiglie è vistosamente in frenata dalla fine dell’anno scorso, con i beni durevoli che passano dal +7% del quarto trimestre del 2024 al +3,2% di quest’anno.


Anche la domanda del settore pubblico segue lo stesso andamento, con una crescita che passa dal +3,9% del terzo trimestre dell’anno scorso al +1,1 di quest’anno. In calo anche gli incrementi della spesa militare, dal +5,4% all’1%.


Le esportazioni restano invariate al +1,5% rispetto al trimestre precedente, ma anch’esse in frenata su un anno fa, quando aumentavano del 5%.

Con la domanda globale in frenata nelle sue componenti fondamentali, gli investimenti delle imprese sono rallentati dal 2,7 al 2,6%, con quelli non residenziali che passano dal +4 al 3,9%.


Come è quindi cresciuto il gdp? Con un calo dell’1,8% delle importazioni. I dazi di Trump incominciano a fare effetto, lasciando alle imprese nazionali la possibilità di produrre di più. Di fatto si cerca di ridurre il deficit commerciale agendo sia dal lato della domanda (comprimendo quella delle famiglie e quella pubblica) sia dal lato dell’offerta, frapponendo ostacoli alle importazioni.



18 dicembre 2025

Le stime degli Eps dello S&P al 17 dicembre

 Rispetto alle stime del 3 dicembre, quelle rilasciate ieri dagli analisti di S&P appaiono contrastate, con gli utili per azione (eps) del 2025 limati dello 0,1% da 263,76 a 263.44; parallelamente hanno leggermente migliorato le aspettative per il 2026, da 308.28 a 308.97 (+0,2%).

Il peggioramento degli eps per il 2025 è imputabile soprattutto al settore tecnologico, che in questi quattordici giorni vedono scendere le stime degli utili dello 0,5%. In calo anche le utilities dello 0,2%. Leggeri miglioramenti  (dello 0,1%) invece  sui consumi discrezionali e i servizi di comunicazione.

Quanto al 2026, il miglioramento degli eps è sostanzialmente merito del settore tecnologico e dei materials (entrambi dell’1%). Peggiorano invece le stime per il settore energetico (-1,6%) e per il real estate (-1,3%).

Con le nuove previsioni, gli eps dell’indice S&P500 cresceranno quest’anno del 12.9% (contro il 13% del 3 dicembre scorso). I maggiori incrementi verranno dal settore tecnologico (+31.7%) e dai servizi di comunicazione (+24,9%). Caleranno invece rispetto all’anno scorso gli utili del settore energetico (-10,6%), come pure quelli dei consumi di base (-1,3%).

Per il prossimo anno, la crescita degli eps dell’indice S&P dovrebbe essere del 17,3%, in miglioramento rispetto alla precedente stima del 16,9%. Anche nel 2026 sarà il settore tecnologico a registrare, secondo gli analisti, la crescita degli utili più elevata (+36,4%), superiore anche alla crescita stimata per quest’anno. Buona dovrebbe essere l’annata anche per il real estate (+22.9%). Non vi dovrebbero essere riduzioni degli utili tra gli altri settori, con il più debole (i servizi di comunicazione) che limita la crescita al 2,4%.

Il rapporto tra i prezzi e gli utili (P/E) è a 25,9. Sopra la media si collocano il real estate (37,9), il tecnologico (36,1) e i consumi discrezionali (32,1). Il rapporto più basso si ha tra gli energetici (16,7) e i finanziari (17,6).

Se si tiene conto della crescita prevista per il prossimo anno degli eps si ottiene un PEG per l’indice S&P di 1,5. Nettamente meglio il peg dei tecnologici (sotto l’unità), mentre i servizi di comunicazione soffrono la modesta crescita prevista degli utili che portano il peg a 9,28.




06 dicembre 2025

L'Oro è sopravvalutato?

 Con l’oro ormai poco sotto i 4.200 $ per oncia e una crescita dall’inizio dell’anno di oltre il 60% (in dollari, poco meno del 45% in euro), ci si potrebbe chiedere se sia sopravvalutato o meno.

Purtroppo non vi è un parametro soddisfacente per rispondere a questa domanda. Non è certo il costo di produzione, che si colloca poco meno del 30% delle quotazioni vigenti.

A mero titolo teorico, essendo l’oro a tutti gli effetti un prodotto d’investimento, lo si potrebbe valutare in rapporto ad un asset alternativo, come ad esempio il mercato azionario. E’ vero che le due forme di impiego hanno finalità assai differenti: uno, se non proprio speculativo, quanto meno è considerato (a torto o a ragione) rischioso; l’altro, come un bene rifugio. Si potrebbe dire che è come paragonare le mele con le pere. Ma anche con le mele e le pere si può capire se una è più cara dell’altra. Nello specifico, attualmente ci vogliono 1,64 once per eguagliare l’indice S&P500.

Come si è mosso questo rapporto nel tempo?

Grazie al buon andamento del metallo giallo, il numero di once per “acquistare” l’indice americano è sceso di quasi una unità (erano necessarie 2,5 once all’inizio del 2024). Ciò non ci dice altro ciò che già sappiamo, che l’oro è stato più forte del mercato azionario. Ma se consideriamo la media degli ultimi dieci anni, si scopre che non solo l’oro è stato più vantaggioso, ma che tale “prezzo” è sceso sotto la media. Cosa significa?

Se assumiamo che la media decennale del rapporto S&P / Oro possa rappresentare adeguatamente un punto di equilibrio tra le due forme di investimento, ossia che il giusto “prezzo” sia di poco più di 2 once d’oro per “acquistare” l’indice americano, se ne desume che se fino al 2024 l’oro era sottovalutato (ossia erano necessarie più once della media per eguagliare lo S&P), oggi è diventato “sopravvalutato”, in quanto ne sono sufficienti solo 1,64 anziché 2 o poco più.

Si tratta di una sopravvalutazione di oltre il 25%. Ciò non vuol dire necessariamente che occorre andare a vendere l’oro il più in fretta possibile, perché in passato tale squilibrio ha raggiunto livelli anche superiori al 100%.

Inoltre, per quanto la “sopravvalutazione” possa apparire notevole, rimane ancora entro un intervallo che può considerarsi “normale” per le fisiologiche oscillazioni dei mercati. Solo se andasse oltre il 30% si potrebbe parlare di valutazione eccessiva dell’oro.

Giustamente ci si potrebbe chiedere se anziché essere l’oro ad essere sopravvalutato, non sia invece il mercato azionario ad essere “sottovalutato”.

A parte il fatto che non si sente parlare d’altro che di bolla, possiamo in questo caso valutare il mercato azionario rispetto agli utili per azione (eps).

Il rapporto tra i prezzi e gli eps si colloca a 26 volte, contro una media decennale di 22,1. Quindi anche il mercato azionario si può considerare sopravvalutato, esattamente del 17.7%.

Ma anche in questo caso, se non si supera la soglia del 30% si può ritenere che sia nella “norma”  implicita alle oscillazioni di mercato.

In definitiva, l’oro sarebbe un po’ più sopravvalutato del mercato azionario, ma per il momento non è detto che debba necessariamente intraprendere una discesa dei prezzi (tanto l'uno come l'altro).

04 dicembre 2025

Come far apparire (o nascondere) una bolla


Se si assume l’ultima quotazione del 2015 come base e si proietta l’andamento dell’indice S&P ad oggi e si procede analogamente per gli eps emerge una notevole sopravvalutazione (del 28%) dei prezzi azionari rispetto agli utili.

Tuttavia è sufficiente per cambiare la base di partenza per ottenere il risultato opposto. Partendo dalla fine del 2020, l’indice S&P appare sottovalutato del 15%.


Quale delle due rappresentazioni ci dice come stanno le cose?

Si potrebbe pensare che più è ampia la serie storica e più affidabile. Ma altrettanto giustamente si potrebbe sostenere che l’evoluzione della tecnologia, dell’intelligenza artificiale in particolare, negli ultimi anni ha spezzato l’evoluzione naturale degli utili. Vi sarebbe stato insomma il passaggio ad un gradino più elevato che rende il confronto con le fasi precedenti  non compatibile.

Ovviamente non vi è “una verità”. Entrambe le rappresentazioni hanno una loro validità.

Tuttavia un insegnamento si può trarre da questa situazione: è molto facile “manipolare” la narrazione adottando gli opportuni accorgimenti.  I grafici sono utili, ma non necessariamente ci dicono “tutta la verità”.

Immagino che operativamente ciò sia di scarsa utilità. Si può considerare allora il rapporto tra i prezzi e gli utili per azione (il P/E). Meglio ancora, lo scostamento tra il P/E e la sua media decennale. Ed ecco che cosa risulta:


L'attuale momento è sicuramente sopravvalutato (per un buon 17%), ma non sembra che si sia in presenza di una bolla, non almeno come quella del 2009  o del 2019/2020, quando in entrambe le circostanze si superò il 30%.


Aggiornamento
Per curiosità, se estendiamo il confronto tra l'indice S&P e gli eps a partire dalla fine del 1999 si nota che, allungando la serie da dieci anni a oltre 25, sparisce la sopravvalutazione. 



27 novembre 2025

Propensione al rischio in calo

 Qual è la propensione al rischio? C’è ottimismo sui mercati o prevale la cautela?

Vi sono numerosi indicatori per rispondere a queste domande. Il più famoso è il Vix, detto anche l’indicatore della paura, in quanto un suo aumento esprime implicitamente un sentiment negativo da parte degli investitori (e viceversa). E’ facilmente reperibile sulle principali piattaforme finanziarie (ad esempio: Indice S&P 500 VIX oggi | Quotazione VIX borsa - Investing.com).

Qui voglio provare a rispondere in maniera indiretta e soprattutto considerando un orizzonte temporale superiore ai 30 giorni a cui il Vix si limita.

L’oro è universalmente considerato un bene rifugio. E’ pertanto evidente che se le quotazioni dell’oro sovraperformano quelle di Wall Street, allora gli investitori “preferiscono rifuggire” dal rischio azionario.

Ponendo a raffronto l’indice S&P500 con le quotazioni del metallo giallo, è come se si esprimesse il mercato azionario in termini di oro, ossia in numero di once necessaire per eguagliare l’indice S&P.

Il grafico ci dice che dall’inizio del 2022 le once d’oro necessarie per “acquistare” lo S&P sono diminuite da 2,6 a 1,6 circa. In altri termini, da quando è iniziata la guerra russo-ucraina, gli investitori hanno preferito maggiormente l’oro all'azionario.

Eppure vi è un altro investimento che potrebbe smentire questa “narrazione”. Il bitcoin è sicuramente, per le sue ampie oscillazioni e una diffidenza ancora oggi alquanto diffusa, un prodotto rischioso. Vediamo se utilizzando la stessa procedura utilizzata per l’oro otteniamo gli stessi risultati.

Anche in questo caso, dalla fine del 2022 è necessario un numero sempre più piccolo di bitcoin per “acquistare” lo S&P ( da meno di un quarto a 0,07). Ciò vuol dire che gli investitori si sono orientati verso un'attività più rischiosa del mercato azionario.

Abbiamo così il buon andamento dell'oro che ci dice che gli investitori preferiscono essere più cauti e, contemporaneamente, sono disposti ad esporsi al più rischioso bitcoin.

Qual è quindi il sentiment prevalente degli investitori in questi ultimi anni? Proviamo a mettere a raffronto il bitcoin con l'oro e vediamo quale orientamento domina nelle scelte di investimento.


Il numero di once per acquistare un bitcoin è sceso dall'inizio di quest'anno da meno di 36 e mezzo a 22. La forza dell'oro rispetto al bitcoin ci dice che la propensione al rischio degli investitori si va riducendo. 

Sembra in definitiva che non vi sia molta fiducia per i prossimi mesi. Ciò non vuol dire necessariamente che ci sarà un crollo del mercato azionario, ma che la fiducia riposta nel metallo giallo potrebbe lasciar propendere per un performance migliore rispetto all'azionario. Va da sé che un'eventuale fine della guerra in Ucraina potrebbe invertire il rapporto tra S&P e Oro.

23 novembre 2025

Dalla stalla alle stelle

 

Che il bitcoin abbia imboccato un trend ribassista non vi sono ormai più dubbi. Dal massimo di oltre 126 mila $ è sceso del 32%, a 86.215 $.

Sul calo della criptovaluta, oltre alle motivazioni macroeconomiche, finanziarie e geopolitiche, incide un evento che a metà gennaio potrebbe diventare devastante. La società americana Strategy ha focalizzato il suo business sul bitcoin: investe i capitali raccolti dai propri azionisti e si indebita per acquistare la valuta digitale. Ciò ha indotto gli enti che curano gli indici azionari, e in particolare MSCI, a valutare l’esclusione della società dai propri benchmark in quanto Strategy appare più come un fondo (in asset digitali) più che una società con un business definito. Se il 15 gennaio sarà esclusa dagli indici MSCI, i grandi investitori istituzionali che si affidano per i loro fondi pensioni e di investimento a quei parametri saranno costretti a venderla. Se la decisione di MSCI sarà ripresa anche da altri indici, come il Nasdaq 100, le vendite – secondo JP Morgan – potrebbero arrivare a 11,6 miliardi di dollari.

Se nel frattempo il bitcoin dovesse scendere sotto il prezzo di carico detenuto da Strategy pari a 74.430 $ (è sufficiente un calo del 13,7% dai valori attuali) vi è il rischio che la società di Michael Saylor sia costretta a vendere buona parte dei suoi 648.870 bitcoin per limitare le perdite, accentuando la caduta delle quotazioni della criptovaluta.

Ma non c’è ragione di preoccuparsi: entro il 2030 il bitcoin varrà 1,5 milioni di $. Parola di Ark Invest:

Dalla stalla alle stelle.


Fonte: Milano Finanza, 22/11/2025

22 novembre 2025

Dov'è la bolla?


Il grafico riporta l'andamento dell'indice S&P500 Information Technology rispetto agli utili per azione (eps) dello stesso settore, ponendo entrambi a partire dalla fine del 2020 pari a 100.

Abbiamo così la possibilità di visualizzare se il settore tecnologico sovraperforma o meno rispetto agli utili che esso genera.

In effetti le azioni delle società tecnologiche hanno incominciato a crescere più di quanto crescevano gli utili a partire dall'anno scorso, salvo la breve parentesi all'inizio di quest'anno dovuta all'introduzione dei dazi da parte di Trump.

Ad ottobre, all'apice della divergenza, le quotazioni erano del 20% oltre la crescita degli eps. E' questa la bolla?


Anche se prendiamo il titolo più rappresentativo del settore tecnologico, ovvero Nvidia, e proiettiamo l'andamento delle quotazioni e dei relativi utili per azioni, abbiamo la seguente rappresentazione:

Nvidia è sì cresciuto del 1270% dalla fine del 2020, ma gli utili sono aumentati del 1772%. Sicché l'andamento delle quotazioni, avulso dall'andamento degli eps, può sicuramente paventare una bolla, ma non trova in realtà riscontro nei fondamentali della società di chip.

Inoltre, tanto Nvidia quanto il settore tecnologico nel suo complesso dovrebbero, in base alle proiezioni degli analisti, continuare a generare nei prossimi anni profitti ancora più alti.

Perché allora il mercato li sta "penalizzando" ? Le logiche che muovono i mercati nel breve periodo possono essere le più diverse: dalla volontà di monetizzare i guadagni finora conseguiti a vere e proprie attività speculative da parte di operatori che alimentano timori su possibili "bolle". L'andamento dei mercati azionari non è lineare. Vi sono i momenti in cui si guarda ai fondamentali e vi sono i momenti in cui, anche se gli utili crescono del 62% (come l'ultima trimestrale di Nvidia), i ribassisti sono più forti degli investitori di lungo periodo, i quali non sono sul mercato tutti i giorni (altrimenti non sarebbero investitori, ma trader).

Non resta che augurare ai trader buona fortuna e agli investitori di mantenere i nervi saldi e sangue freddo.


Fonte: Elaborazioni su dati S&P 500® | S&P Dow Jones Indices e Seeking Alpha | Stock Market Analysis & Tools for Investors

15 novembre 2025

I tamburi dei ribassisti

 I tamburi dei ribassisti suonano sempre più forte. Sono pronti alla battaglia e pensano dall’alto del loro 88% (dal settembre 2022) di vincere facilmente.

E’ probabile che tra le file degli investitori di lungo periodo incominci a serpeggiare qualche dubbio, che questa volta non riusciranno a portare a casa la vittoria. Qualcuno potrebbe già aver abbandonato il campo, qualcun altro ci sta pensando.

Le file dei ribassisti si stanno infoltendo e si sentono sempre più forti. Potrebbero in effetti vincere questa battaglia: le quotazioni potrebbero questa volta essere costrette a ripiegare.

Ci saranno dei morti e dei feriti. Ma alla fine, quando la polvere si sarà depositata, quando il clangore dello scontro tra ribassisti e investitori di lungo periodo sarà cessato, l’andamento del mercato riprenderà il suo cammino.

Riprenderà la strada che l’ha sempre guidato: gli utili


08 novembre 2025

Bolla o non bolla?

 Nella prima settimana di novembre, l’indice S&P500 ha perso l’1,6% ed è subito partito il tam tam di un possibile bear market, dato che da settembre del 2022 è cresciuto dell’87,7%.

A parte il fatto che non è neanche il trend crescente più lungo (quello iniziato dopo la crisi subprime è durato 155 mesi, con un +548%), come durata è inferiore anche al trend rialzista del 2002-2007 (62 mesi, +90%).

Ma evidentemente tra i grandi investitori c’è voglia di una correzione per poter entrare a prezzi più bassi. Perché, se si guardano i fondamentali rilasciati dagli analisti delle stesse grandi case di investimento, non si vede proprio dove sia la tanto conclamata bolla.

L’indice azionario americano è aumentato nell’ultimo anno solamente del 12,7%. Un incremento di per sé neanche tanto eclatante. Ma se teniamo conto che gli utili per azione (eps) previsti tra dodici mesi cresceranno del 15,4%, se ne desume che stia crescendo anche meno di quello che potenzialmente potrebbe fare.

Semmai è il mercato cinese che, innanzi ad una crescita annua dell’indice Msci China del 28,3%, può sembrare un po’ euforico, dato che gli eps sono previsti in aumento solamente del 15,4%.

Anche il FtseMib sta crescendo più degli eps previsti: +26,5% contro +21.2%, ma tale differenza (di 5,2 punti percentuali) si può considerare nella norma dei mercati azionari.

Anche se consideriamo il settore tecnologico americano, si scopre che la crescita del 23% registrata nell’ultimo anno è ampiamente giustificata dalla crescita prevista degli eps (+30.4%), sicché – semmai – vi è una sottovalutazione di 7,4 punti percentuali.

E la tanto decantata intelligenza artificiale (AI)? Stando all’indice S&P Kenso Global AI vi è stato nell’ultimo anno una crescita del 42,5%, ma gli utili previsti dovrebbero essere tra dodici mesi più alti dell’84,5%. Direi che vi è un ampio margine per crescere (42 punti percentuali). Non è ovviamente detto che i titoli AI cresceranno anch’essi esattamente come gli eps, ma certamente non si può parlare di bolla.

A meno che non si ritenga che la crescita degli eps sia “esagerata”. Ma al momento, a parte le “sensazioni” che si possono avere, non vi sono elementi per ritenere errate quelle previsioni. Comunque, anche se gli eps dovessero crescere della metà di quanto indicato dagli analisti di S&P, l’AI sarebbe in linea con le aspettative "dimezzate".



04 novembre 2025

Fondamentali e rumore di fondo

Chi affronta il mercato azionario probabilmente è sommerso da notizie, dati, pareri e previsioni pressoché quotidianamente. Una notizia smentisce una previsione, e l’uscita di un dato economico magari rende inaffidabile un parere di un consulente o di un “esperto”. Se si inseguono questi flussi, si verrà travolti da ondate ottimistiche o pessimistiche a seconda delle circostanze e si sarà sballottati come una nave nel mezzo di una tempesta.

L’esempio più recente di una turbolenza è l’annuncio dei dazi da parte di Trump. Ma non era passato un mese, che l’indice S&P ritornava a crescere: da fine aprile è aumentato del 23% (in $). E’ evidente che, se non si ha un approccio da trader ma da investitore, l’uscita dal mercato azionario avrebbe fatto perdere un’opportunità.

Se si è degli investitori occorre certamente avere sangue freddo e nervi saldi per affrontare i saliscendi dei mercati azionari, ma tale dote può essere incoraggiata se si incomincia a distinguere i fondamentali dai rumori di fondo.

Sono rumori di fondo, per quanto possa apparire paradossale, le tensioni geopolitiche internazionali  (ad esempio, la guerra in Ucraina o il conflitto in Palestina, a meno che si voglia investire nel settore degli armamenti), gli eventi politici e anche economici, se l'impatto è di breve periodo.

Sarà invece “fondamentale” guardare all’andamento degli utili per azione (eps). Prima o poi il mercato finirà per replicare gli eps. Se non ci si lascia sballottare dal flusso informativo giornaliero, ma si mantiene il timone guardando alla stella polare degli utili, si potranno evitare molti inutili momenti stressanti e si eviterà al portafoglio di regalare agli intermediari laute commissioni di entrata e uscita dai prodotti finanziari.

Fondamentali sono gli utili, il resto è noise.

31 ottobre 2025

Oro trainato dai piccoli investitori

 L’oro si avvia a chiudere l’anno come miglior investimento. A fine ottobre era quotato oltre i 4.000 $/oz., con un incremento rispetto all’inizio dell’anno del 54% e  del 38% se convertito in euro. Il trend rimane crescente, nonostante che ad ottobre sia sceso di oltre l’8% dai massimi (4.381 $).  Una inversione potrebbe avvenire solo se scendesse al di sotto dei 3000 $ (-25% dai prezzi attuali).

La domanda mondiale di oro, sostenuta sia dai timori geopolitici che dalle aspettative di minor rendimenti sui titoli obbligazionari, è cresciuta nei primi nove mesi di quest’anno del 10%.

La spinta maggiore è venuta dagli investitori retail che tra lingotti, monete ed ETF, hanno aumentato gli acquisti dell’87% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.  In particolare, se la domanda di lingotti, monete e  medaglie è cresciuta del 9,8%, a dare impulso al mercato sono stati soprattutto gli ETF, in quanto da venditori netti nel primo semestre dell’anno scorso (per 25 tonnes) sono diventati acquirenti netti per quasi 620 tonnes.

Tutte le altre componenti della domanda come la gioielleria (-20,2%) e gli impieghi tecnici-industriali (-1.1%) sono risultati in calo.


In calo anche gli acquisti da parte delle banche centrali, che nei nove mesi si fermano a 634 tonnes contro le 724 dello stesso periodo del 2024 (-12,5%). Tra i maggiori acquirenti vi sono le Banche centrali della Polonia, della Cina  e della Turchia. Ma attive sono state anche la Repubblica Ceca e il Brasile. Sono stati invece venditori netti Singapore, Russia e Germania.




25 ottobre 2025

Conti finanziari a fine giugno 2025


Sono continuati anche nel secondo trimestre di quest’anno gli acquisti sul mercato azionario italiano da parte degli investitori esteri. A fine giugno detenevano l’equivalente del 50,8% della capitalizzazione di Borsa. E’ un trend che salvo rari momenti di pausa prosegue almeno dalla fine del 2023 e dovrebbe essere proseguito, in base ai dati pubblicati da Bankitalia, anche nei primi due mesi del terzo trimestre.

Insieme agli investitori esteri, sono stati acquirenti netti anche le società non finanziarie, che hanno portato la loro quota tra il primo e il secondo trimestre dal 15,1% al 15,8%.

Alla crescita di 0,7 punti percentuali da parte delle società non finanziarie fa da contrappunto la discesa di analoga entità da parte del sistema finanziario, che riduce la quota sul totale della capitalizzazione di Borsa dal 23 al 22.3%.

Le famiglie, forse intimorite dai cali delle quotazioni avvenuti nei primi mesi di quest’anno e accentuatesi ad aprile, dopo l’annuncio dei dazi da parte dell’Amministrazione Trump, hanno preferito invece ridurre le posizioni azionarie, portando la loro quota dall’11,3% all’11,1% (erano all’11,4% a fine 2024).

Nonostante la riduzione all'esposizione azionaria, la quota sul totale delle attività detenute dalle famiglie è rimasta la più alta degli ultimi 20 anni, superando il 30% del patrimonio finanziario, a cui si deve aggiungere la quota posseduta nei fondi comuni di investimento, pari al 14%.

Rimane consistente anche la liquidità (banconote e depositi) che, per quanto in calo dal 2020, rappresenta ancora oltre un quarto della ricchezza delle famiglie. Le obbligazioni integrano con un altro 8% insieme alle posizioni assicurative che contano per poco più del 3%.



24 ottobre 2025

Business as usual ... in una bolla

 Giovedì scorso ho partecipato all'evento "Investire in un mondo che cambia" presso la Borsa Italiana. Ciò mi ha dato lo spunto di rivedere e approfondire quanto avevo scritto nella nota del 18 ottobre scorso. Riprendo qui il punto essenziale dell'argomento che intendo affrontare.

La variazione percentuale annua dell’indice S&P500 può essere scomposta in tre componenti:

1°) la crescita effettiva degli eps;

2°) la crescita “attesa” degli eps a dodici mesi;

3°) l’eccesso (positivo o negativo) del mercato verso le quotazioni azionarie, 

Il grafico seguente riporta l'andamento di queste tre componenti.

La barra azzurra indica l'andamento degli eps effettivi nell'ultimo anno (+10,5% ad ottobre). Quella verde esprime la differenza tra gli utili previsti tra dodici mesi e quelli effettivi. Poiché gli eps attesi tra un anno sono stimati in aumento del 17%, si desume che la differenza rispetto agli utili effettivi è del 6,6%. Rimane uno scarto di 1,1 punti percentuali (barra rossa) che si può attribuire allo scostamento delle quotazioni rispetto agli utili (effettivi e attesi). 

Pertanto, si può sostenere che al momento le quotazioni stiano riflettendo sia la crescita effettiva degli utili dell'ultimo anno che le aspettative sugli utili futuri. Non vi sarebbe alcun eccesso nell'andamento dei prezzi azionari.

Eppure non si fa altro che chiedersi se l'intelligenza artificiale (AI) sia in una bolla o meno. Vediamo allora di replicare questa analisi al settore tecnologico incluso nell'indice S&P500.

Anche nel caso del settore Information Technology emerge chiaramente che la crescita delle quotazioni azionarie è sostanzialmente dovuta alla crescita effettiva degli utili per azione (barra azzurra) dell'ultimo anno. Poiché la crescita prevista a dodici mesi è praticamente allineata alla crescita effettiva (solo lo 0,6% in meno rispetto al 30.1%), ne risulta che l'eccesso delle valutazioni di borsa è dell'1,2%. Non è propriamente quella che si può definire una bolla.

Eppure...  se si guarda al grafico in cui si riporta l'andamento dell'indice tecnologico con i relativi eps...


la sensazione che si sia in una bolla è inevitabile: troppo forte è l'impennata dei prezzi (linea rosa) rispetto alla crescita degli utili per azione (linea scura).

Come si risolve il dilemma? Mentre il dibattito continuerà, fino a quando le due curve torneranno più o meno ad allinearsi, penso che le attuali quotazioni riflettano sostanzialmente le attese di crescita degli utili e che quindi da qui a dodici mesi, se tutto dovesse procedere come previsto (business as usual) consentano di guardare a questo mercato con fiducia. 

Senonché, ciò avviene in un contesto che non è equilibrato: vi è il rischio oggettivo che prima o poi i prezzi dovranno fare i conti con l'andamento degli utili. Quando avverrà questa presa di coscienza non si può sapere. Basta un qualunque pretesto per dare avvio a un effetto domino che porta i prezzi in maniera precipitosa e rovinosa a schiantarsi a terra. Può avvenire domani, come tra un anno o anche più in là. Prima o poi avverrà, perché non è concepibile che i prezzi possano continuare a salire senza che gli investimenti fatti producano utili adeguati all'impegno finanziario profuso.

In definitiva, il primo grafico ci dice che se tutto procede come al solito, per i prossimi dodici mesi non è irragionevole aspettarsi una crescita delle quotazioni, sapendo però (grazie al secondo grafico) che siamo esposti a un possibile scoppio della bolla, che non è nata oggi, ma almeno del 2023, e che può verificarsi in qualunque momento. Il primo grafico è una visione di breve periodo; il secondo ci apre gli occhi su un contesto più ampio sulle quotazioni del settore tecnologico.

18 ottobre 2025

Quotazioni in bolla o attese di utili troppo ottimistiche?

 Il tema della bolla, soprattutto rispetto all’intelligenza artificiale (AI), rimane sempre al centro dei timori degli investitori.

Già abbiamo visto che, in base ai dati aggiornati all’ultima settimana, le vendite delle 500 società incluse nell’indice S&P continuano a rallentare (dal +6,8% del 2023 al +3,5% del terzo trimestre di quest’anno).

Inoltre il rapporto tra i prezzi e gli utili per azione (eps), ovvero il P/E, si trova a 22,6 volte gli utili a fronte di una media di 20,2. In effetti tale divergenza, pari all’11,5%, è sul livello del maggio 2015, quando poi iniziò una correzione, terminata a settembre, del 10% circa.

Tuttavia potremmo chiederci da cosa deriva questo “ottimismo”. Per rispondere a questa domanda, si può scomporre la variazione percentuale annua dell’indice S&P500 in tre componenti:

1°) la crescita effettiva degli eps;

2°) la crescita “attesa” degli eps a dodici mesi;

3°) l’eccesso (positivo o negativo) del mercato verso le quotazioni azionarie, 

Il grafico seguente riporta l'andamento di queste tre componenti.


La barra azzurra indica l'andamento degli eps effettivi nell'ultimo anno (+10,3% ad ottobre). Quella verde esprime la differenza tra gli utili previsti tra dodici mesi e quelli effettivi. Poiché gli eps attesi tra un anno sono stimati in aumento del 17,1%, si desume che la quota delle quotazioni in eccesso rispetto agli utili effettivi è per il 6,8% attribuibile a questa aspettativa. Rimane uno scarto di -0,3 punti percentuali (barra rossa) che si può attribuire allo scostamento delle quotazioni rispetto agli utili (effettivi e attesi). 

Pertanto, si può sostenere che al momento le quotazioni stiano riflettendo sia la crescita effettiva degli utili dell'ultimo anno che le aspettative sugli utili futuri. Non vi è alcun eccesso nell'andamento dei prezzi azionari.

Resta da determinare se l'eccesso di ottimismo sia piuttosto da imputare alle aspettative degli utili. Purtroppo questo lo si potrà verificare solo tra un anno.

10 ottobre 2025

Rendimenti in calo anche a giugno per le società di S&P500

 

S&P Global ha aggiornato le stime relative agli utili per azione (eps), al fatturato e agli investimenti (Capex) delle 500 società che compongono l’indice principale del mercato azionario americano.

Ancora una volta i rendimenti degli investimenti sono in calo, sia rispetto agli eps (dal 196,7 % del 2023 al 185,2% del giugno di quest’anno), sia rispetto alle vendite in rapporto ad ogni dollaro di investimenti (da 17,2 a 15,4 $).

Il calo dei rendimenti è attribuibile ad un andamento del capex più dinamico (+15,9%) rispetto agli utili che sono generati (+10,4%). A questi ritmi, S&P Global non vede un miglioramento almeno fino alla seconda metà del prossimo anno, dato che gli eps continueranno a crescere ad un tasso inferiore agli investimenti.

Volendo, questo può essere anche un fatto positivo: già nel 2023 gli investimenti erano oltre il 50% degli utili (50,8%); ora il 54% viene reinvestito.

Ma sono le vendite a preoccupare, dato che la loro crescita sta rallentando dal 6,8% del 2023 al 3% di fine giugno.

La crescita degli utili è quindi avvenuta ampliando i margini dall’11,4 al 12,4%. Ma è evidente che se le vendite non tornano a salire, non vi sarà molto spazio per simili manovre.



01 ottobre 2025

La distribuzione della ricchezza mondiale (2024)


 UBS ha pubblicato il rapporto 2025 sulla Ricchezza Globale. Purtroppo è meno dettagliato dei rapporti pubblicati in passato da Credit Suisse, banca che è stata acquisita appunto da UBS. Tuttavia, un minimo dell’impostazione originaria è rimasto.

Nel 2024, la ricchezza mondiale viene quantificata in 470.510 miliardi di dollari, in crescita rispetto all’anno precedente del 4,6%. Il 39,3% è concentrata nei continenti americani, il 35,9% in Asia e Pacifico (Apac) e il 24,8% in Europa, Medio Oriente e Africa (Emea).

Se si disaggregano questi blocchi, la crescita della ricchezza risulta avvenuta principalmente nell’Europa dell’Est e in Nord America (+12%). Molto più modesti sono gli incrementi nel Medio Oriente - Africa (+4,2%) e in Cina (+3,4%). E’ invece diminuita nell’Europa Occidentale (-1,5%) e soprattutto in America Latina (-4,3%).

I più ricchi sono gli svizzeri, con un patrimonio medio di 687.166 $ per adulto. Seguono gli Stati Uniti con 620.654 $. Hong Kong si piazza al terzo posto con 601.195 $. La Francia è al 16mo posto con 301.503 $  e precede la Germania che si colloca al 19mo posto con 256.715 $. L’Italia è superata dalla Spagna (233.739 $), avendo una ricchezza media di 214.663 $. I giapponesi hanno in media 205.221 $.

Dove sono i milionari? Ovviamente negli Stati Uniti, ben 23,8 milioni di adulti hanno più di un milione di $. Poi, a sorpresa (?), in Cina: ve ne sono 6,3 milioni. In Francia sono 2,9 milioni. In Germania 2,7 e in Italia abbiamo 1,3 milioni di adulti che hanno un patrimonio superiore a un milione di $. La Svizzera, che ha la ricchezza media più elevata al mondo, conta solo 1,1 milioni di adulti ultramilionari. In India si fermano a 917 mila.

Ma come è distribuita la ricchezza a livello mondiale?  Vi sono 2.891 miliardari che posseggono 15.671 miliardi di dollari (in media 5,4 miliardi a testa). Se allarghiamo la platea a chi possiede più di un milione di dollari, vi sono 60 milioni (l’1,6% della popolazione mondiale adulta) che detengono 226.470 miliardi (3,8 milioni a testa), pari al 48,1% della ricchezza globale.

Chi ha meno di 10 mila $ a testa sono ben 1,55 miliardi di persone che complessivamente si spartiscono lo 0,6% della ricchezza mondiale.



28 settembre 2025

Un'altra lettura del Pil americano

 Nei giorni scorsi ha molto sorpreso positivamente la crescita del 3,8% del pil americano. Ma visto con un altro criterio di valutazione, vi è molto meno per cui essere fiduciosi sull’andamento dell’economia statunitense.

La crescita che è stata resa pubblica fa riferimento, come è normalmente considerata al di là dell’Atlantico, alla evoluzione del pil rispetto al trimestre precedente e quindi convertita in un tasso annuo. In tal modo si ottiene sia un’indicazione dell’andamento “lineare” dell’ attività economica (cresce o meno rispetto al trimestre precedente), che una proiezione in termini annui.

In Europa invece siamo abituati a valutare il trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In tal modo si ha una evoluzione discontinua in quanto le variazioni annue del pil dei vari trimestri finiscono per assumere l’evoluzione di tante annualità quante sono quelle considerate. Il vantaggio di questo sistema, per quanto imperfetto nell’intercettare gli ultimi andamenti dell’economia, è quello di offrire una visione più coerente in una prospettiva annuale, meno soggetta alle “bizze” trimestrali.

Guardando l’andamento del pil americano con “gli occhi” europei, emerge allora tutta un’altra storia: dal +3,1% registrato nel secondo trimestre di un anno fa è sceso a +2,1%. Un rallentamento chiaro e tondo, che prosegue praticamente da quattro trimestri.

Che cosa sta provocando questo raffreddamento dell’economia? La voce principale del pil americano è quella dei consumi. Questi sono in rallentamento dal +3,4% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso al +2,7%. Su questa dinamica incidono i beni di consumo durevoli che, per quanto abbiano tassi di crescita sicuramente elevati, stanno passando dal +7 al 4,9%. Una minore dinamicità dei beni durevoli è sintomo di un peggioramento del sentiment delle famiglie americane.

Gli ultimi dati, riferiti al periodo trimestrale terminante ad agosto, confermano questo andamento: i beni durevoli stanno crescendo del 4,2% (dal 4,9 di fine giugno) e ciò si riflette sui consumi globali che crescono del 2,6% (contro il 2,7 del secondo trimestre).

Altra voce della domanda in chiaro affanno è quella pubblica. In questo caso, il rallentamento è iniziato alla metà dell’anno scorso: dal +3,9 all’1,9%. La spesa militare ha sicuramente un ritmo di crescita più elevato delle altre voci di spesa, ma anch’essa si sta raffreddando: dal +5,4% di fine 2004 a +2,7% (che è comunque superiore non solo al totale della spesa governativa, ma anche rispetto alla crescita del pil).

Vi è poi il drastico rallentamento delle esportazioni che dalla crescita del 5% del terzo trimestre dell’anno scorso sono ora arrivate a +1,5%.

In questo quadro abbastanza problematico per le principali componenti della domanda, spicca la ripresa degli investimenti che dalla fine del 2024 passano da +1 a +2,7%, grazie soprattutto a quelli non residenziali, ovvero quelli proprio attinenti alle attività economico-commerciali, che crescono da meno dell’1% a +4%. Tra questi, emergono soprattutto gli investimenti in macchinari e attrezzature (dal +3,2% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso a +8,1%) in un contesto in cui non vengono ampliate le capacità produttive: gli investimenti strutturali (apertura di nuovi stabilimenti o uffici) sono infatti in deciso calo dal secondo semestre dell’anno scorso e a fine giugno si erano contratti del 5,3%. Sono quindi investimenti rivolti ad incrementare la produttività. Per una prevista maggiore domanda da parte del mercato? Al momento, come si è visto, non sembra e non si vede come ciò possa avvenire in futuro se l’aumento della produttività si accompagnerà ad una riduzione dell’occupazione.

27 settembre 2025

L'asino di Buridano a Wall Street

 Sebbene manchino ancora due giorni per terminare settembre, anche questo mese si chiude positivamente a Wall Street: +2,8%, smentendo la stagionalità degli ultimi dieci anni che profetizzava un calo medio del 2%.

In realtà quasi tutti i principali mercati sono andati bene, dall’oro (praticamente +10%) alla Cina (+6,5%). Anche il bitcoin, che ha subito una correzione del 12% circa dai massimi (oltre 124 mila), riesce ad aumentare dell’1%.

Ciò è ancora più evidente se si guarda ai guadagni maturati dall’inizio dell’anno.

Tuttavia, per restare in ambito azionario e al centro del sistema finanziario mondiale, ossia a New York,  gli ultimi giorni hanno lasciato trapelare un’incertezza tra gli operatori. A nuovi massimi seguivano brevi e modeste correzioni, quasi si avesse timore di portarsi troppo avanti. Insomma, sembrava che si domandassero: che fare? Il mercato continuerà a crescere o inizierà a stornare, dopo essere cresciuto dalla fine di settembre di 3 anni fa dell’85%? E la sensazione era quella dell’asino di Buridano: entrambe le possibilità sono davanti agli investitori, ma non hanno ancora deciso.

Quello che qui si può fare è esaminare i dati e cercare di capire come potrebbe evolvere, sebbene non vi siano certezze, perché troppi sono i fattori e i protagonisti che entrano in gioco.

Il motore principale dei mercati azionari dovrebbe essere quello degli utili (eps). Da qui a dodici mesi sono visti in crescita del 17%. Il  2025 dovrebbe chiudersi con un aumento degli eps superiore al 10% e il 2026 con un incremento del 17,3%.

Se l’andamento degli utili è una buona base di partenza, occorre metterla a raffronto con le quotazioni correnti. I prezzi dovrebbero già includere quelle previsioni. Ne risulta un rapporto tra prezzi e utili (il P/E) di 22,8 innanzi a un P/E medio di 20,2. Da qui partono tutti gli avvisi, le preoccupazioni e i timori che il mercato azionario sia caro e che debba per forza correggere. In effetti lo scostamento percentuale tra il P/E atteso e quello medio è di circa il 13%, un valore superiore a quello che si ebbe nel maggio del 2015, quando arrivò al 12% a cui seguì una contrazione delle quotazioni che a settembre dello stesso anno fu del 9%.


Si può allora sicuramente dire che è suonato un campanello d’allarme, ma va anche detto che siamo ben distanti dai picchi di dicembre 2019 (oltre il 35% in più del p/e medio) o del 2021 (22% in più rispetto alla media). La possibilità che vi sia un correzione è inevitabile, ma non certa.  D’altra parte, le correzioni sono fisiologiche nei mercati azionari.

Cosa potrebbe quindi avvenire? Premesso che non si possiede la sfera di cristallo, non ci resta che guardare a come l’indice S&P500 si è mosso nel passato. Quello che si nota è che è sceso all’inizio dell’anno in coincidenza con il rallentamento della crescita degli eps trimestrali ed è poi cresciuto con la ripresa degli stessi fino ad oggi. Se dovesse continuare a “replicare” questo andamento, dovremmo attenderci una fase laterale fino alla fine dell’anno, seguito da una crescita nel primo trimestre del 2026. Dopodiché … ci attenderebbe una prolungata discesa.

Vedremo, se sarà così.


26 settembre 2025

Ritorna l'ottimismo tra i consumatori americani


Nel trimestre terminante ad agosto, i consumi degli americani sono tornati nuovamente a crescere, nono solo rispetto all’anno precedente, ma anche rispetto ai ritmi dei mesi precedenti, trainati innanzi tutto dai beni durevoli (+4,2%). Ciò è indicativo non solo del buon momento economico, ma anche del miglioramento delle aspettative per il futuro.

Con la crescita dei beni durevoli, che trascinano l’indice generale dei beni di consumo (+3,6), cresce in generale la spesa per i consumi (+2,6%), frenata solamente dalla domanda rivolta ai servizi, che rallenta al 2,1%.

In Cina il 43% dei robot industriali operativi a livello globale

 Da un tweet di Steve Hsu che cita IFR World Robotics 2025 Report



19 settembre 2025

Quantum Computing Stocks nel mirino della speculazione

 E' quanto riferisce il consulente finanziario Giovanni Zibordi


Aggiornamento 
da Investing.com 

Fonti hanno riferito a Cyberscoop che la Casa Bianca sta considerando di imporre alle agenzie federali di accelerare l’adozione di protezioni crittografiche post-quantistiche in previsione di un futuro in cui i computer quantistici potrebbero violare i metodi di crittografia attuali. (...)
Gli sforzi per rafforzare l’infrastruttura di cybersecurity federale sono in corso da più di un decennio, con i contractor federali spinti a sostituire la crittografia a chiave pubblica legacy con algoritmi post-quantistici più resilienti. (...)
Se finalizzata, l’azione federale potrebbe avere significativi effetti a cascata sulle aziende di Tecnologia quantistica (...) Le azioni di queste aziende potrebbero beneficiare dell’espansione dei contratti governativi e di un ambiente di investimento più robusto incoraggiato da priorità nazionali più chiare.