31 ottobre 2025

Oro trainato dai piccoli investitori

 L’oro si avvia a chiudere l’anno come miglior investimento. A fine ottobre era quotato oltre i 4.000 $/oz., con un incremento rispetto all’inizio dell’anno del 54% e  del 38% se convertito in euro. Il trend rimane crescente, nonostante che ad ottobre sia sceso di oltre l’8% dai massimi (4.381 $).  Una inversione potrebbe avvenire solo se scendesse al di sotto dei 3000 $ (-25% dai prezzi attuali).

La domanda mondiale di oro, sostenuta sia dai timori geopolitici che dalle aspettative di minor rendimenti sui titoli obbligazionari, è cresciuta nei primi nove mesi di quest’anno del 10%.

La spinta maggiore è venuta dagli investitori retail che tra lingotti, monete ed ETF, hanno aumentato gli acquisti dell’87% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.  In particolare, se la domanda di lingotti, monete e  medaglie è cresciuta del 9,8%, a dare impulso al mercato sono stati soprattutto gli ETF, in quanto da venditori netti nel primo semestre dell’anno scorso (per 25 tonnes) sono diventati acquirenti netti per quasi 620 tonnes.

Tutte le altre componenti della domanda come la gioielleria (-20,2%) e gli impieghi tecnici-industriali (-1.1%) sono risultati in calo.


In calo anche gli acquisti da parte delle banche centrali, che nei nove mesi si fermano a 634 tonnes contro le 724 dello stesso periodo del 2024 (-12,5%). Tra i maggiori acquirenti vi sono le Banche centrali della Polonia, della Cina  e della Turchia. Ma attive sono state anche la Repubblica Ceca e il Brasile. Sono stati invece venditori netti Singapore, Russia e Germania.




25 ottobre 2025

Conti finanziari a fine giugno 2025


Sono continuati anche nel secondo trimestre di quest’anno gli acquisti sul mercato azionario italiano da parte degli investitori esteri. A fine giugno detenevano l’equivalente del 50,8% della capitalizzazione di Borsa. E’ un trend che salvo rari momenti di pausa prosegue almeno dalla fine del 2023 e dovrebbe essere proseguito, in base ai dati pubblicati da Bankitalia, anche nei primi due mesi del terzo trimestre.

Insieme agli investitori esteri, sono stati acquirenti netti anche le società non finanziarie, che hanno portato la loro quota tra il primo e il secondo trimestre dal 15,1% al 15,8%.

Alla crescita di 0,7 punti percentuali da parte delle società non finanziarie fa da contrappunto la discesa di analoga entità da parte del sistema finanziario, che riduce la quota sul totale della capitalizzazione di Borsa dal 23 al 22.3%.

Le famiglie, forse intimorite dai cali delle quotazioni avvenuti nei primi mesi di quest’anno e accentuatesi ad aprile, dopo l’annuncio dei dazi da parte dell’Amministrazione Trump, hanno preferito invece ridurre le posizioni azionarie, portando la loro quota dall’11,3% all’11,1% (erano all’11,4% a fine 2024).

Nonostante la riduzione all'esposizione azionaria, la quota sul totale delle attività detenute dalle famiglie è rimasta la più alta degli ultimi 20 anni, superando il 30% del patrimonio finanziario, a cui si deve aggiungere la quota posseduta nei fondi comuni di investimento, pari al 14%.

Rimane consistente anche la liquidità (banconote e depositi) che, per quanto in calo dal 2020, rappresenta ancora oltre un quarto della ricchezza delle famiglie. Le obbligazioni integrano con un altro 8% insieme alle posizioni assicurative che contano per poco più del 3%.



24 ottobre 2025

Business as usual ... in una bolla

 Giovedì scorso ho partecipato all'evento "Investire in un mondo che cambia" presso la Borsa Italiana. Ciò mi ha dato lo spunto di rivedere e approfondire quanto avevo scritto nella nota del 18 ottobre scorso. Riprendo qui il punto essenziale dell'argomento che intendo affrontare.

La variazione percentuale annua dell’indice S&P500 può essere scomposta in tre componenti:

1°) la crescita effettiva degli eps;

2°) la crescita “attesa” degli eps a dodici mesi;

3°) l’eccesso (positivo o negativo) del mercato verso le quotazioni azionarie, 

Il grafico seguente riporta l'andamento di queste tre componenti.

La barra azzurra indica l'andamento degli eps effettivi nell'ultimo anno (+10,5% ad ottobre). Quella verde esprime la differenza tra gli utili previsti tra dodici mesi e quelli effettivi. Poiché gli eps attesi tra un anno sono stimati in aumento del 17%, si desume che la differenza rispetto agli utili effettivi è del 6,6%. Rimane uno scarto di 1,1 punti percentuali (barra rossa) che si può attribuire allo scostamento delle quotazioni rispetto agli utili (effettivi e attesi). 

Pertanto, si può sostenere che al momento le quotazioni stiano riflettendo sia la crescita effettiva degli utili dell'ultimo anno che le aspettative sugli utili futuri. Non vi sarebbe alcun eccesso nell'andamento dei prezzi azionari.

Eppure non si fa altro che chiedersi se l'intelligenza artificiale (AI) sia in una bolla o meno. Vediamo allora di replicare questa analisi al settore tecnologico incluso nell'indice S&P500.

Anche nel caso del settore Information Technology emerge chiaramente che la crescita delle quotazioni azionarie è sostanzialmente dovuta alla crescita effettiva degli utili per azione (barra azzurra) dell'ultimo anno. Poiché la crescita prevista a dodici mesi è praticamente allineata alla crescita effettiva (solo lo 0,6% in meno rispetto al 30.1%), ne risulta che l'eccesso delle valutazioni di borsa è dell'1,2%. Non è propriamente quella che si può definire una bolla.

Eppure...  se si guarda al grafico in cui si riporta l'andamento dell'indice tecnologico con i relativi eps...


la sensazione che si sia in una bolla è inevitabile: troppo forte è l'impennata dei prezzi (linea rosa) rispetto alla crescita degli utili per azione (linea scura).

Come si risolve il dilemma? Mentre il dibattito continuerà, fino a quando le due curve torneranno più o meno ad allinearsi, penso che le attuali quotazioni riflettano sostanzialmente le attese di crescita degli utili e che quindi da qui a dodici mesi, se tutto dovesse procedere come previsto (business as usual) consentano di guardare a questo mercato con fiducia. 

Senonché, ciò avviene in un contesto che non è equilibrato: vi è il rischio oggettivo che prima o poi i prezzi dovranno fare i conti con l'andamento degli utili. Quando avverrà questa presa di coscienza non si può sapere. Basta un qualunque pretesto per dare avvio a un effetto domino che porta i prezzi in maniera precipitosa e rovinosa a schiantarsi a terra. Può avvenire domani, come tra un anno o anche più in là. Prima o poi avverrà, perché non è concepibile che i prezzi possano continuare a salire senza che gli investimenti fatti producano utili adeguati all'impegno finanziario profuso.

In definitiva, il primo grafico ci dice che se tutto procede come al solito, per i prossimi dodici mesi non è irragionevole aspettarsi una crescita delle quotazioni, sapendo però (grazie al secondo grafico) che siamo esposti a un possibile scoppio della bolla, che non è nata oggi, ma almeno del 2023, e che può verificarsi in qualunque momento. Il primo grafico è una visione di breve periodo; il secondo ci apre gli occhi su un contesto più ampio sulle quotazioni del settore tecnologico.

18 ottobre 2025

Quotazioni in bolla o attese di utili troppo ottimistiche?

 Il tema della bolla, soprattutto rispetto all’intelligenza artificiale (AI), rimane sempre al centro dei timori degli investitori.

Già abbiamo visto che, in base ai dati aggiornati all’ultima settimana, le vendite delle 500 società incluse nell’indice S&P continuano a rallentare (dal +6,8% del 2023 al +3,5% del terzo trimestre di quest’anno).

Inoltre il rapporto tra i prezzi e gli utili per azione (eps), ovvero il P/E, si trova a 22,6 volte gli utili a fronte di una media di 20,2. In effetti tale divergenza, pari all’11,5%, è sul livello del maggio 2015, quando poi iniziò una correzione, terminata a settembre, del 10% circa.

Tuttavia potremmo chiederci da cosa deriva questo “ottimismo”. Per rispondere a questa domanda, si può scomporre la variazione percentuale annua dell’indice S&P500 in tre componenti:

1°) la crescita effettiva degli eps;

2°) la crescita “attesa” degli eps a dodici mesi;

3°) l’eccesso (positivo o negativo) del mercato verso le quotazioni azionarie, 

Il grafico seguente riporta l'andamento di queste tre componenti.


La barra azzurra indica l'andamento degli eps effettivi nell'ultimo anno (+10,3% ad ottobre). Quella verde esprime la differenza tra gli utili previsti tra dodici mesi e quelli effettivi. Poiché gli eps attesi tra un anno sono stimati in aumento del 17,1%, si desume che la quota delle quotazioni in eccesso rispetto agli utili effettivi è per il 6,8% attribuibile a questa aspettativa. Rimane uno scarto di -0,3 punti percentuali (barra rossa) che si può attribuire allo scostamento delle quotazioni rispetto agli utili (effettivi e attesi). 

Pertanto, si può sostenere che al momento le quotazioni stiano riflettendo sia la crescita effettiva degli utili dell'ultimo anno che le aspettative sugli utili futuri. Non vi è alcun eccesso nell'andamento dei prezzi azionari.

Resta da determinare se l'eccesso di ottimismo sia piuttosto da imputare alle aspettative degli utili. Purtroppo questo lo si potrà verificare solo tra un anno.

10 ottobre 2025

Rendimenti in calo anche a giugno per le società di S&P500

 

S&P Global ha aggiornato le stime relative agli utili per azione (eps), al fatturato e agli investimenti (Capex) delle 500 società che compongono l’indice principale del mercato azionario americano.

Ancora una volta i rendimenti degli investimenti sono in calo, sia rispetto agli eps (dal 196,7 % del 2023 al 185,2% del giugno di quest’anno), sia rispetto alle vendite in rapporto ad ogni dollaro di investimenti (da 17,2 a 15,4 $).

Il calo dei rendimenti è attribuibile ad un andamento del capex più dinamico (+15,9%) rispetto agli utili che sono generati (+10,4%). A questi ritmi, S&P Global non vede un miglioramento almeno fino alla seconda metà del prossimo anno, dato che gli eps continueranno a crescere ad un tasso inferiore agli investimenti.

Volendo, questo può essere anche un fatto positivo: già nel 2023 gli investimenti erano oltre il 50% degli utili (50,8%); ora il 54% viene reinvestito.

Ma sono le vendite a preoccupare, dato che la loro crescita sta rallentando dal 6,8% del 2023 al 3% di fine giugno.

La crescita degli utili è quindi avvenuta ampliando i margini dall’11,4 al 12,4%. Ma è evidente che se le vendite non tornano a salire, non vi sarà molto spazio per simili manovre.



01 ottobre 2025

La distribuzione della ricchezza mondiale (2024)


 UBS ha pubblicato il rapporto 2025 sulla Ricchezza Globale. Purtroppo è meno dettagliato dei rapporti pubblicati in passato da Credit Suisse, banca che è stata acquisita appunto da UBS. Tuttavia, un minimo dell’impostazione originaria è rimasto.

Nel 2024, la ricchezza mondiale viene quantificata in 470.510 miliardi di dollari, in crescita rispetto all’anno precedente del 4,6%. Il 39,3% è concentrata nei continenti americani, il 35,9% in Asia e Pacifico (Apac) e il 24,8% in Europa, Medio Oriente e Africa (Emea).

Se si disaggregano questi blocchi, la crescita della ricchezza risulta avvenuta principalmente nell’Europa dell’Est e in Nord America (+12%). Molto più modesti sono gli incrementi nel Medio Oriente - Africa (+4,2%) e in Cina (+3,4%). E’ invece diminuita nell’Europa Occidentale (-1,5%) e soprattutto in America Latina (-4,3%).

I più ricchi sono gli svizzeri, con un patrimonio medio di 687.166 $ per adulto. Seguono gli Stati Uniti con 620.654 $. Hong Kong si piazza al terzo posto con 601.195 $. La Francia è al 16mo posto con 301.503 $  e precede la Germania che si colloca al 19mo posto con 256.715 $. L’Italia è superata dalla Spagna (233.739 $), avendo una ricchezza media di 214.663 $. I giapponesi hanno in media 205.221 $.

Dove sono i milionari? Ovviamente negli Stati Uniti, ben 23,8 milioni di adulti hanno più di un milione di $. Poi, a sorpresa (?), in Cina: ve ne sono 6,3 milioni. In Francia sono 2,9 milioni. In Germania 2,7 e in Italia abbiamo 1,3 milioni di adulti che hanno un patrimonio superiore a un milione di $. La Svizzera, che ha la ricchezza media più elevata al mondo, conta solo 1,1 milioni di adulti ultramilionari. In India si fermano a 917 mila.

Ma come è distribuita la ricchezza a livello mondiale?  Vi sono 2.891 miliardari che posseggono 15.671 miliardi di dollari (in media 5,4 miliardi a testa). Se allarghiamo la platea a chi possiede più di un milione di dollari, vi sono 60 milioni (l’1,6% della popolazione mondiale adulta) che detengono 226.470 miliardi (3,8 milioni a testa), pari al 48,1% della ricchezza globale.

Chi ha meno di 10 mila $ a testa sono ben 1,55 miliardi di persone che complessivamente si spartiscono lo 0,6% della ricchezza mondiale.