28 settembre 2025

Un'altra lettura del Pil americano

 Nei giorni scorsi ha molto sorpreso positivamente la crescita del 3,8% del pil americano. Ma visto con un altro criterio di valutazione, vi è molto meno per cui essere fiduciosi sull’andamento dell’economia statunitense.

La crescita che è stata resa pubblica fa riferimento, come è normalmente considerata al di là dell’Atlantico, alla evoluzione del pil rispetto al trimestre precedente e quindi convertita in un tasso annuo. In tal modo si ottiene sia un’indicazione dell’andamento “lineare” dell’ attività economica (cresce o meno rispetto al trimestre precedente), che una proiezione in termini annui.

In Europa invece siamo abituati a valutare il trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In tal modo si ha una evoluzione discontinua in quanto le variazioni annue del pil dei vari trimestri finiscono per assumere l’evoluzione di tante annualità quante sono quelle considerate. Il vantaggio di questo sistema, per quanto imperfetto nell’intercettare gli ultimi andamenti dell’economia, è quello di offrire una visione più coerente in una prospettiva annuale, meno soggetta alle “bizze” trimestrali.

Guardando l’andamento del pil americano con “gli occhi” europei, emerge allora tutta un’altra storia: dal +3,1% registrato nel secondo trimestre di un anno fa è sceso a +2,1%. Un rallentamento chiaro e tondo, che prosegue praticamente da quattro trimestri.

Che cosa sta provocando questo raffreddamento dell’economia? La voce principale del pil americano è quella dei consumi. Questi sono in rallentamento dal +3,4% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso al +2,7%. Su questa dinamica incidono i beni di consumo durevoli che, per quanto abbiano tassi di crescita sicuramente elevati, stanno passando dal +7 al 4,9%. Una minore dinamicità dei beni durevoli è sintomo di un peggioramento del sentiment delle famiglie americane.

Gli ultimi dati, riferiti al periodo trimestrale terminante ad agosto, confermano questo andamento: i beni durevoli stanno crescendo del 4,2% (dal 4,9 di fine giugno) e ciò si riflette sui consumi globali che crescono del 2,6% (contro il 2,7 del secondo trimestre).

Altra voce della domanda in chiaro affanno è quella pubblica. In questo caso, il rallentamento è iniziato alla metà dell’anno scorso: dal +3,9 all’1,9%. La spesa militare ha sicuramente un ritmo di crescita più elevato delle altre voci di spesa, ma anch’essa si sta raffreddando: dal +5,4% di fine 2004 a +2,7% (che è comunque superiore non solo al totale della spesa governativa, ma anche rispetto alla crescita del pil).

Vi è poi il drastico rallentamento delle esportazioni che dalla crescita del 5% del terzo trimestre dell’anno scorso sono ora arrivate a +1,5%.

In questo quadro abbastanza problematico per le principali componenti della domanda, spicca la ripresa degli investimenti che dalla fine del 2024 passano da +1 a +2,7%, grazie soprattutto a quelli non residenziali, ovvero quelli proprio attinenti alle attività economico-commerciali, che crescono da meno dell’1% a +4%. Tra questi, emergono soprattutto gli investimenti in macchinari e attrezzature (dal +3,2% dell’ultimo trimestre dell’anno scorso a +8,1%) in un contesto in cui non vengono ampliate le capacità produttive: gli investimenti strutturali (apertura di nuovi stabilimenti o uffici) sono infatti in deciso calo dal secondo semestre dell’anno scorso e a fine giugno si erano contratti del 5,3%. Sono quindi investimenti rivolti ad incrementare la produttività. Per una prevista maggiore domanda da parte del mercato? Al momento, come si è visto, non sembra e non si vede come ciò possa avvenire in futuro se l’aumento della produttività si accompagnerà ad una riduzione dell’occupazione.

27 settembre 2025

L'asino di Buridano a Wall Street

 Sebbene manchino ancora due giorni per terminare settembre, anche questo mese si chiude positivamente a Wall Street: +2,8%, smentendo la stagionalità degli ultimi dieci anni che profetizzava un calo medio del 2%.

In realtà quasi tutti i principali mercati sono andati bene, dall’oro (praticamente +10%) alla Cina (+6,5%). Anche il bitcoin, che ha subito una correzione del 12% circa dai massimi (oltre 124 mila), riesce ad aumentare dell’1%.

Ciò è ancora più evidente se si guarda ai guadagni maturati dall’inizio dell’anno.

Tuttavia, per restare in ambito azionario e al centro del sistema finanziario mondiale, ossia a New York,  gli ultimi giorni hanno lasciato trapelare un’incertezza tra gli operatori. A nuovi massimi seguivano brevi e modeste correzioni, quasi si avesse timore di portarsi troppo avanti. Insomma, sembrava che si domandassero: che fare? Il mercato continuerà a crescere o inizierà a stornare, dopo essere cresciuto dalla fine di settembre di 3 anni fa dell’85%? E la sensazione era quella dell’asino di Buridano: entrambe le possibilità sono davanti agli investitori, ma non hanno ancora deciso.

Quello che qui si può fare è esaminare i dati e cercare di capire come potrebbe evolvere, sebbene non vi siano certezze, perché troppi sono i fattori e i protagonisti che entrano in gioco.

Il motore principale dei mercati azionari dovrebbe essere quello degli utili (eps). Da qui a dodici mesi sono visti in crescita del 17%. Il  2025 dovrebbe chiudersi con un aumento degli eps superiore al 10% e il 2026 con un incremento del 17,3%.

Se l’andamento degli utili è una buona base di partenza, occorre metterla a raffronto con le quotazioni correnti. I prezzi dovrebbero già includere quelle previsioni. Ne risulta un rapporto tra prezzi e utili (il P/E) di 22,8 innanzi a un P/E medio di 20,2. Da qui partono tutti gli avvisi, le preoccupazioni e i timori che il mercato azionario sia caro e che debba per forza correggere. In effetti lo scostamento percentuale tra il P/E atteso e quello medio è di circa il 13%, un valore superiore a quello che si ebbe nel maggio del 2015, quando arrivò al 12% a cui seguì una contrazione delle quotazioni che a settembre dello stesso anno fu del 9%.


Si può allora sicuramente dire che è suonato un campanello d’allarme, ma va anche detto che siamo ben distanti dai picchi di dicembre 2019 (oltre il 35% in più del p/e medio) o del 2021 (22% in più rispetto alla media). La possibilità che vi sia un correzione è inevitabile, ma non certa.  D’altra parte, le correzioni sono fisiologiche nei mercati azionari.

Cosa potrebbe quindi avvenire? Premesso che non si possiede la sfera di cristallo, non ci resta che guardare a come l’indice S&P500 si è mosso nel passato. Quello che si nota è che è sceso all’inizio dell’anno in coincidenza con il rallentamento della crescita degli eps trimestrali ed è poi cresciuto con la ripresa degli stessi fino ad oggi. Se dovesse continuare a “replicare” questo andamento, dovremmo attenderci una fase laterale fino alla fine dell’anno, seguito da una crescita nel primo trimestre del 2026. Dopodiché … ci attenderebbe una prolungata discesa.

Vedremo, se sarà così.


26 settembre 2025

Ritorna l'ottimismo tra i consumatori americani


Nel trimestre terminante ad agosto, i consumi degli americani sono tornati nuovamente a crescere, nono solo rispetto all’anno precedente, ma anche rispetto ai ritmi dei mesi precedenti, trainati innanzi tutto dai beni durevoli (+4,2%). Ciò è indicativo non solo del buon momento economico, ma anche del miglioramento delle aspettative per il futuro.

Con la crescita dei beni durevoli, che trascinano l’indice generale dei beni di consumo (+3,6), cresce in generale la spesa per i consumi (+2,6%), frenata solamente dalla domanda rivolta ai servizi, che rallenta al 2,1%.

In Cina il 43% dei robot industriali operativi a livello globale

 Da un tweet di Steve Hsu che cita IFR World Robotics 2025 Report



19 settembre 2025

Quantum Computing Stocks nel mirino della speculazione

 E' quanto riferisce il consulente finanziario Giovanni Zibordi


Aggiornamento 
da Investing.com 

Fonti hanno riferito a Cyberscoop che la Casa Bianca sta considerando di imporre alle agenzie federali di accelerare l’adozione di protezioni crittografiche post-quantistiche in previsione di un futuro in cui i computer quantistici potrebbero violare i metodi di crittografia attuali. (...)
Gli sforzi per rafforzare l’infrastruttura di cybersecurity federale sono in corso da più di un decennio, con i contractor federali spinti a sostituire la crittografia a chiave pubblica legacy con algoritmi post-quantistici più resilienti. (...)
Se finalizzata, l’azione federale potrebbe avere significativi effetti a cascata sulle aziende di Tecnologia quantistica (...) Le azioni di queste aziende potrebbero beneficiare dell’espansione dei contratti governativi e di un ambiente di investimento più robusto incoraggiato da priorità nazionali più chiare.


16 settembre 2025

Gli investitori esteri guidano il rialzo a Wall Street

Nel secondo trimestre l’indice S&P500 è aumentato del 10,6%. Chi ha condotto le danze a Wall Street? Secondo l’ultimo rapporto della Fed il settore finanziario è rimasto sostanzialmente fermo (al 36,5% delle azioni in circolazione). Nemmeno le famiglie possono essere “accusate” di comprare quando i prezzi salgono. Al contrario, sia pur di poco, hanno ridotto la loro quota dal 42,1 al 41,9%.

I veri responsabili della crescita delle quotazioni sono gli investitori esteri, che portano la quota posseduta sul totale delle azioni in circolazione dal 17,9 al 18,1%,

14 settembre 2025

L'intelligenza artificiale (AI) è veramente così redditizia?

 L’inserto settimanale de Il Sole 24 Ore, ovvero Plus24, riporta uno studio della società McKinsey  secondo il quale “nel 2024 il valore complessivo degli investimenti privati in AI ha superato i 180 miliardi di dollari, con una crescita media annua del 26% rispetto al 2019”. Ed ovviamente non mancano gli annunci di nuovi ancor più massicci impegni finanziari. La domanda che incominciano a porsi a Wall Street è se tutte queste spese avranno un ritorno economico adeguato.

Vi è una ragione per porsi questa domanda.

Da l’anno scorso i rendimenti degli investimenti (capex) sono in calo sia in termini di utili (si è passati dal 196,7 al 189,4% del capitale impiegato per gli investimenti), sia in termini di fatturato per ogni dollaro investito (da 17,2 a 15,9 $). E’ vero che questi numeri riguardano tutte le società incluse nell’indice S&P500 e non solo quelli specifici previsti per l’AI, ma è indubbio che, se hanno un ritorno, questo non sembra influire più di tanto sui risultati complessivi.

Come mai i rendimenti stanno scendendo? Il grafico seguente ci fornisce la risposta.

Gli investimenti stanno crescendo più degli utili: alla fine del primo trimestre erano aumentati del 13,2% rispetto al 9,6% degli utili.

Ma la cosa veramente preoccupante è il rallentamento delle vendite: dal +6,8% del 2023 al +4,8% di fine giugno. Le imprese hanno compensato la debolezza del fatturato aumentando i margini dall’11,4 al 12%. Ma è una dinamica che non è sostenibile nel lungo periodo, se non riprendono le vendite.

D’altra parte, sembra che gli utili continueranno a crescere meno del capex per il resto dell’anno e solo nel 2026 potrebbero generare un ritorno adeguato agli investimenti che sono in corso.

Ma per il momento queste sono solo aspettative.

13 settembre 2025

Le famiglie italiane preferiscono affidarsi per i propri investimenti a Banche e Consulenti

 


La fiducia delle famiglie italiane verso la propria banca è veramente notevole: il 28% si affida per i propri investimenti alle indicazioni che arrivano dallo sportello. Una percentuale tra le più alte in Europa. Se si assume l’ipotesi che affidarsi alla propria banca sia un indicatore di insufficiente formazione finanziaria, stanno messi peggio di noi i francesi (ben un terzo delle famiglie, gli austriaci (31%) e gli spagnoli (30%).

Notevole è pure la quota di coloro che si affidano ad un consulente finanziario, ben il 36% delle famiglie italiane che, insieme al 14% di quelle che si appoggiano a un broker o a piattaforme di investimento online, magari con l’ausilio di un consulente robotizzato, rappresentano praticamente la metà degli investitori. Ci superano il Regno Unito (62%, ma solo il 20% si affida a consulenti), il Portogallo (61%, ma solo 12% con i consulenti) e i Paesi Bassi (53%, ma 10 % con i consulenti).

Se si assume che l’investimento in autonomia, attraverso l’app della banca o mediante siti web, rappresenti un indicatore della massima consapevolezza finanziaria, si scopre che l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi considerati dal grafico, solo il 22%. Il massimo si ritrova tra gli svedesi (55%), seguiti dagli olandesi (41%) e dai polacchi (39%).


12 settembre 2025

S&P500, fatti e ipotesi

 Che le quotazioni siano destinate, prima o poi, a replicare l’andamento degli utili delle società (ovvero gli eps) è noto, ma non è detto che li debbano seguire passo a passo.

Eppure, se si guarda ciò che è successo quest’anno, si nota che l’indice S&P è sceso nel primo trimestre in coincidenza con il rallentamento della crescita degli eps (dal +14 al +5%) e che nonostante il tanto acclamato spauracchio di settembre, come peggior mese dell’anno in base alla tradizione, le quotazioni mostrano una forza che sembra essere spiegata dalla crescita degli utili (dal +5 al +13% stimato per questo mese).

Questa strettissima coincidenza è destinata a replicarsi anche per i prossimi mesi? Ovviamente non vi è alcuna certezza. Ma se dovesse proseguire, ecco allora che gli ultimi mesi dell’anno potrebbero risultare abbastanza piatti, dato che gli eps dell’indice generale cresceranno del 14% per ognuno dei mesi che mancano alla fine del 2025. I tecnologici invece potrebbero entrare in difficoltà, lasciando agli altri settori il compito di sostenere lo S&P500.

Proseguendo con questa ipotesi, il primo trimestre del 2026 dovrebbe essere positivo, ma successivamente potrebbe iniziare un bear market.


11 settembre 2025

Cina, un nuovo approfondimento

 Riporto ampi stralci dal sito di Pietro Ventani, consulente finanziario esperto del mondo cinese.

L'economia cinese odierna è più decentralizzata rispetto alla maggior parte delle economie occidentali. L'intensa competizione tra settori strategici ha generato un'innovazione eccezionale. Per brevità, evidenziamo tre aree che hanno il maggiore peso per gli investitori (..).

Il motivo principale per essere ottimisti è che i responsabili politici a tutti i livelli sono ora concentrati esclusivamente sullo stimolo della domanda interna. Il premier Li Qiang ha recentemente dichiarato che l'obiettivo della Cina è diventare "una potenza di consumo di dimensioni gigantesche, oltre che una potenza manifatturiera ".

A differenza dei paesi occidentali, dove gli stimoli spesso assumono la forma di un massiccio "bazooka" una tantum, l'approccio cinese è deliberato e radicato a livello locale. Il suo apparato fiscale è altamente decentralizzato , con 34 province che attuano la maggior parte delle misure politiche. Il bilancio delle famiglie cinesi, pari a 23.000 miliardi di dollari, può certamente sostenere consumi molto più elevati (…)

L'altro importante motore dell'economia è la sua capacità di innovare e di integrare tale innovazione nelle catene di fornitura. Questo vantaggio deriva da un sistema eccezionalmente decentralizzato che favorisce un'intensa concorrenza tra i settori considerati strategici dal governo. Tale concorrenza ha alimentato un'innovazione straordinaria: la Cina è leader in 37 delle 44 tecnologie strategiche a livello mondiale. L'integrazione di queste innovazioni continua a stimolare una forte crescita della produttività: il 5,9% lo scorso anno, rispetto all'1,2% negli Stati Uniti e ad appena lo 0,1% nell'area dell'euro.

Il passaggio della Cina dalla produzione a basso costo alla leadership high-tech in settori chiave dell'export è l'altro motore chiave a lungo termine per l'economia. Oggi, la Cina è il principale fornitore globale di tecnologie come la produzione e l'accumulo di energia, la robotica, le telecomunicazioni e l'informatica, vitali per il futuro economico della maggior parte dei paesi, soprattutto nel Sud del mondo.

Il vantaggio manifatturiero della Cina non risiede solo nel processo di generazione e integrazione dell'innovazione, ma anche nelle dimensioni del Paese. I 220 milioni di addetti manifatturieri cinesi, contro i 69 milioni dell'India e i 13 milioni degli Stati Uniti, surclassano di gran lunga quelli di qualsiasi altro Paese, non solo numericamente, ma anche in termini di competenze. (…)

La trasformazione più significativa per gli investitori potrebbe essere quella che sta avvenendo nei mercati dei capitali, poiché il governo sta progettando una transizione strutturale dal mercato immobiliare a quello finanziario come principale mezzo di risparmio e formazione di capitale . Il cambiamento è iniziato un decennio fa, quando il presidente Xi ha dichiarato che " Le case servono per vivere, non per speculare ". I flussi di capitale sono stati reindirizzati dal settore immobiliare a settori chiave, come delineato nel piano "Made in China 2025" del 2015.

Dieci anni dopo, il mercato azionario cinese è profondamente cambiato, con una serie di importanti modifiche normative volte a:

1.     Facilitare la quotazione delle società pubbliche , migliorare la divulgazione delle informazioni aziendali e rafforzare le tutele degli azionisti di minoranza

2.     Riorientare la governance aziendale verso l'efficienza del capitale , spingendo le aziende ad aumentare i pagamenti dei dividendi, effettuare riacquisti di azioni e migliorare il valore per gli azionisti

3.     Spostare la composizione all’interno dell’universo azionario verso settori di qualità superiore (internet, finanza, tecnologia) e allontanarsi da settori macro-correlati come materiali, industria pesante, immobiliare e beni di consumo di base

4.     Lo scorso anno, la China Securities Regulatory Commission ha delineato cinque progetti per aumentare l'integrazione tra i mercati azionari della Cina continentale e di Hong Kong , con quest'ultimo che di fatto diventa l'unica o principale sede di quotazione per tutte le principali società cinesi. (…)

 

Un altro aspetto macroeconomico chiave che gli investitori dovrebbero considerare è come il cambiamento di politica economica statunitense sull'ordine globale stia rafforzando la posizione della Cina a livello globale. In parole povere, la spinta americana verso la deglobalizzazione sta favorendo gli sforzi di globalizzazione della Cina, elevandone al contempo il ruolo di leader globale.

(…)

Il contenimento della Cina è stato un obiettivo chiave, seppur taciuto, nei negoziati bilaterali sui dazi con gli Stati Uniti. La leadership statunitense considera la propria posizione di unico egemone globale minacciata, e la logica del contenimento è che, limitando la globalizzazione, la crescita di un avversario può essere bloccata, o quantomeno rallentata. Un simile tentativo di isolare la Cina non sembra funzionare finora, poiché la bilancia commerciale ha continuato a crescere.

Circa il 50% del commercio cinese avviene con altri paesi asiatici e quasi la metà delle sue esportazioni totali è costituita da prodotti e componenti ad alta tecnologia. Questi includono sia input intermedi che beni finali essenziali per l'infrastruttura produttiva dei paesi importatori. Ciò evidenzia quanto la Cina sia profondamente radicata nell'economia globale, in particolare nel Sud del mondo . Poiché questi paesi sostengono una crescita economica più rapida, la via più facile è che le esportazioni cinesi rimangano forti, mentre una combinazione di apprezzamento della valuta e aumento dei consumi interni potrebbe contribuire a creare relazioni commerciali più equilibrate.

(…)

Infine, gli investitori non dovrebbero scartare la possibilità di un "Grande Accordo" tra Washington e Pechino , che potrebbe prevedere una rivalutazione del RMB, la riduzione del divario commerciale e gli investimenti cinesi nel settore manifatturiero statunitense. Un accordo del genere ridurrebbe drasticamente il rischio geopolitico e potrebbe innescare un rally ancora più forte degli asset cinesi.

 L'articolo originale qui

02 settembre 2025

Patrimonio finanziario delle famiglie italiane a fine marzo 2025

 


Il grafico riporta le quote di partecipazione azionarie detenute dalle famiglie: dal 50% per quelle americane al 9% per quelle cinesi, passando dal 10% in mano alle famiglie entro la UE.

Che gli americani abbiano una forte propensione agli investimenti azionari non è una sorpresa. Qui vale la pena evidenziare che le famiglie italiane, in realtà, detenevano a fine marzo il 30% del patrimonio finanziario in azioni e partecipazioni.

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia