31 gennaio 2026

Correzione dell'Oro

 L’oro in settimana ha sfiorato i 5.600 $/oz. Poi ha iniziato a scendere e ha chiuso ieri a 4.865 $ (-13% dal massimo).

 La correzione è stata incisiva, ma non ha intaccato il trend di fondo, che rimane positivo.


Vedremo a febbraio se intraprenderà la strada della discesa. Tuttavia, si avrà un’inversione del trend solo se dovesse scendere a meno di 3.650 $ (-25% dai valori correnti). E’ quindi probabile che almeno nel breve periodo vi sia una certa volatilità, senza che venga intaccato il trend ascendente iniziato nell’ottobre del 2022 (+160%).

L’attuale correzione ha sicuramente smorzato i toni entusiastici a cui stavamo assistendo sull’oro, ma non ha fugato i timori di una bolla. Diciamo che adesso non si muoverà più in una terra incognita.

Incogniti (ma non troppo) rimangono sempre i rischi legati alla situazione geopolitica e alla politica monetaria che intraprenderà il nuovo presidente della FED, Kevin Warsh, il quale dovrà gestire gli effetti sull’inflazione che potrebbero derivare dagli aumenti dei prezzi delle materie prime (+24,5% nell'ultimo anno) compatibilmente con i desideri di Trump di ridurre i tassi di interesse.


24 gennaio 2026

La bolla?

 


In nemmeno un mese ha guadagnato il 14,4%. Rispetto all’anno scorso è aumentato del 77% ed ha praticamente raggiunto, in poco più di 20 giorni, il target previsto per fine anno. Non è il bitcoin, non sono le Magnifiche 7, il settore tecnologico o l’AI. E’ l’oro.

 Ha chiuso la settimana a 4.983 $/oz, ad un passo dai 5.000 $ previsti per il 2026 (manca ormai solo lo 0,3%). A questo punto non è difficile immaginare che l’obiettivo sia i 6.000 $.Ovviamente non è una certezza, ma cosa potrebbe fermare la salita iperbolica del metallo giallo?

Tuttavia, la corsa impetuosa di gennaio, la crescita esponenziale, dovrebbe indurre a una certa cautela. L’aspetto di una bolla è abbastanza evidente. Ma quando questa dovrebbe scoppiare non è dato sapere. Potrebbe ovviamente continuare nella sua folle corsa, ma più cresce più aumenta il rischio che qualche grande investitore incominci a dire: sai che c’è? Intanto porto a casa. Certo, con le banche centrali che continuano ad accumulare oro è improbabile. Ma un limite vi deve essere.

Forse è presto per liberarsi degli investimenti effettuati sul metallo giallo. Ma conviene porsi una domanda: se l’oro dovesse scendere del 40%, come è successo tra il 2011 e il 2015, la posizione nel metallo giallo sarebbe ancora positiva? E quanto inciderebbe un calo del genere sul portafoglio complessivo?



22 gennaio 2026

S&P Migliora le stime per il 2025

 Le nuove stime alzano al 4,2% la crescita delle vendite nell’ultimo trimestre del 2025 da parte delle società incluse nello S&P500, dal +1,8 della settimana scorsa. Ciò consente di innalzare dal +4,1 al +4,7% le vendite annue del 2025 sull’anno precedente. Tale revisione ferma il rallentamento in atto delle vendite dal settembre 2024.

Parallelamente sono stati visti al rialzo anche gli utili per azione (eps) che, per il 2025, si collocano a +12,9%, fermi restando i margini al 12,8%. Tuttavia,  la crescita degli eps per il 2026 è stata ridimensionata di un decimo di punto, dal 17,9 al 17,8%, nonostante che gli eps del settore tecnologico siano aumentati dal 39,8 al 40,1%.



20 gennaio 2026

Un difficile 2026

 


Che il settore tecnologico americano abbia una crescita degli utili (eps) superiore all’indice complessivo S&P500 è cosa nota. Ma l’evoluzione prevista per l’anno in corso può sollevare qualche legittima preoccupazione.

Gli eps dovrebbero continuare a crescere fino a marzo, tanto per l’indice generale quanto per il settore tecnologico, con quest’ultimo che mostra tassi di espansione più che doppi rispetto agli eps dello S&P500.

Dopo, però, dovrebbe iniziare una inarrestabile discesa fino alla fine dell’anno, quando gli utili del settore tecnologico cresceranno meno di come sono cresciuti nell’ultimo trimestre del 2025 (+27% contro +35%).

Non solo, mentre gli eps dello S&P intraprenderanno anch’essi il rallentamento a partire da aprile, troveranno un punto di svolta a settembre, poiché nella parte finale del 2026 ritorneranno a crescere, anche più di quanto siano cresciuti nell’ultimo trimestre dell’anno scorso (+19% contro +14%).

Temo che, oltre alle tensioni geopolitiche, il 2026 possa creare un po’ di problemi ai portafogli azionari, con l’ultimo trimestre che sembra invitare ad un’ampia rotazione tra i settori.

19 gennaio 2026

Conti finanziari delle famiglie italiane al terzo trimestre 2025

 Nel terzo trimestre dell’anno scorso, il sistema finanziario (e le AA.PP.) sono stati gli unici acquirenti netti nel mercato azionario italiano. Il loro patrimonio azionario è passato dal 22,3 al 24,1% del totale delle azioni quotate, con un incremento di 1,8 punti percentuali.

 Hanno ceduto quote pressoché identiche (0,6 punti percentuali) le famiglie, le società non finanziarie e gli investitori esteri. Questi ultimi restano comunque i titolari di oltre il 50% delle azioni quotate. La quota in mano alle famiglie è scesa dall’11,1 al 10,6%.

Nello stesso periodo, l’indice FtseMib è cresciuto del 7,4%, segnando la quinta espansione trimestrale consecutiva. Con la chiusura del 2025, i trimestri positivi sono diventati sei, con un incremento del 35,6%.

Nonostante il minor peso della partecipazione azionaria delle famiglie sul mercato azionario italiano, la quota sul totale del loro portafoglio è salita dal 29,2% del 2024 al 30,9% del terzo trimestre dell'anno scorso, rappresentando il maggior investimento finanziario. Segue la liquidità (banconote e depositi) che rimane superiore a un quarto del patrimonio (25,3%), sebbene in calo di un punto percentuale rispetto al 2024. Il risparmio assicurativo incide per il 18,4%, in leggero calo sul 2024 (18,8%). I fondi comuni passano dal 14 al 14,2%, mentre i titoli obbligazionari scendono all'8% (dall'8,2).


Il patrimonio finanziario delle famiglie, pari a più di 6.270 miliardi di euro, è cresciuto rispetto alla fine del 2024 del 4,3%, grazie principalmente alla crescita della quota azionaria (+10.3%). Bene anche i fondi comuni (+5,6%). Più contenuti gli incrementi del risparmio assicurativo (+2,2%) e dei titoli obbligazionari (+1,7%). La liquidità è rimasta praticamente invariata a 1.584 miliardi di euro (+0,3%).

17 gennaio 2026

Previsioni di crescita Eps ottimistiche?

 Le vendite (per azione) delle società facenti parte dell’indice S&P500 nel 2025 sono cresciute del 4,1% rispetto ad un anno prima (+5,3% nel 2024). Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso sarebbero aumentate solamente dell’1,8%.

Ciò nonostante, sono riuscite a far crescere gli utili per azione (eps) del 12,8% sul 2024 (quando crebbero del 9,3%). Nell’ultimo trimestre dell’anno scorso gli eps sono aumentati del 14% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. I margini degli utili sono così potuti salire di un punto percentuale, al 12,8% dall’11,8 del 2024.

In questo trimestre, gli analisti di S&P si aspettano una crescita degli eps del 22,8% (17% se si considera i quatto trimestri terminanti a marzo), mentre il 2026 dovrebbe chiudersi con un aumento di poco inferiore al 18%. Se detta crescita non si accompagnerà ad una espansione delle vendite, il balzo degli utili arriverà principalmente da un ulteriore aumento dei margini di profitto.

Un aumento dei margini in un contesto di rallentamento delle vendite comporta una struttura di mercato oligopolistica, in cui le imprese possono fissare il prezzo, senza dover trasferire ai consumatori o agli utilizzatori dei loro prodotti / servizi il miglioramento derivante dalla produttività.

Tuttavia, questa forza che consente di recuperare a valle margini di profitto potrebbe nascondere un indebolimento dei ritorni sui capitali investiti (ROI): dal 2023, il rapporto tra gli eps e il capex è sceso di 10 punti percentuali, per quanto rimanga sicuramente elevato (dal 197 al 187%). Ciò nonostante,  le spese per gli investimenti risultano in continua crescita, almeno dalla metà del 2024. Alla fine del terzo trimestre dell’anno scorso stavano salendo del 17% in termini annui.

Se il ROI dovesse continuare ad erodersi e le vendite dovessero continuare a rallentare, vi è da dubitare che le attuali previsioni di crescita degli eps proposte da S&P possano trovare conferma, ma soprattutto potrebbero generare dubbi sulla effettiva redditività dell’attuale ciclo degli investimenti. AI inclusa?

Non possiedo dati specifici per l'AI, ma le società del settore tecnologico incluse nell'indice S&P500, mostrano una crescita stabile delle vendite nell'ultimo semestre, ma in evidente espansione dal 2023. L'anno scorso sono aumentate di oltre il 16% (il quadruplo dell'aumento delle vendite relative alle società dell'intero S&P500). I margini invece hanno incominciato ad aumentare dall'inizio del 2025 e sono ora al 26% delle vendite (il doppio dell'universo S&P500). Gli utili per azione sono pertanto cresciuti nel 2025 del 32% e dovrebbero andare a +40% nel primo trimestre di quest'anno, per chiudere il 2026 a un tasso di crescita leggermente inferiore.

Alla luce di queste evoluzioni, direi che non è il settore tecnologico a mostrare delle criticità.



15 gennaio 2026

10 mesi alla riconferma di Trump

 Estratti da Pietro Ventani


Nella politica statunitense del dopoguerra, il partito del presidente in carica ha perso il controllo di almeno una camera del Congresso nel 75% delle elezioni di medio termine ; nel 55% dei casi, ha perso sia la Camera che il Senato.  (…)

La posta in gioco per l'attuale amministrazione non potrebbe essere più alta. La perdita anche di un solo ramo del Congresso innescherebbe probabilmente una procedura di impeachment, ponendo di fatto fine allo slancio politico della presidenza Trump II. Di conseguenza, l'amministrazione è pronta a fare tutto il necessario per sfidare queste probabilità.

(…)

La disparità di ricchezza ha raggiunto livelli mai visti dagli anni '30 ; gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics mostrano che la quota di lavoro sul PIL statunitense è scesa al 53,8%, il valore più basso dall'inizio della serie di dati negli anni '40.

Al contrario, la ricchezza è diventata sempre più concentrata. Le azioni societarie sono emerse come il principale motore della ricchezza nazionale. Il valore delle azioni possedute dalle famiglie statunitensi ha raggiunto i 42.000 miliardi di dollari e ha superato quello degli immobili, che si attestano sui 38.000 miliardi di dollari. Il problema è strutturale: l'87% delle azioni è detenuto dal 10% delle famiglie più ricche, mentre il 50% più povero ne possiede solo l'1,1%.

Di fronte all'esaurimento delle tradizionali risorse fiscali e monetarie, l'amministrazione ha lanciato una serie di iniziative "non ortodosse" che mettono alla prova i limiti dell'autorità esecutiva:

·        6 gennaio In seguito all'arresto del presidente venezuelano, l'amministrazione si è mossa per esercitare un controllo di fatto sul settore energetico nazionale, chiedendo alle aziende statunitensi di stanziare 100 miliardi di dollari per aumentare la produzione e ridurre i prezzi interni alla pompa, un fattore chiave per l'inflazione al consumo.

·        7 gennaio Il presidente ha chiesto che la spesa per la difesa degli Stati Uniti venga aumentata a 1,5 trilioni di dollari entro il 2027. Ciò rappresenterebbe un aumento di oltre il 50% rispetto ai 917 miliardi di dollari spesi nel 2025. Indipendentemente da qualsiasi giustificazione geopolitica, uno stimolo fiscale del 2% del PIL è progettato per stimolare la crescita economica.

·        L'8 gennaio, aggirando la Federal Reserve, il Presidente ha incaricato Fannie Mae e Freddie Mac di acquistare 200 miliardi di dollari in titoli garantiti da ipoteca (MBS) per rivitalizzare il mercato immobiliare e comprimere gli spread sui mutui.

·        9 gennaio Proposta di un tetto massimo del 10% sui tassi di interesse delle carte di credito per un anno , mirato alla riduzione dell'indebitamento della classe media e al contempo alla pressione sulla redditività delle banche.


A seconda della loro effettiva fattibilità, tutte queste misure hanno implicazioni immediate e profonde per i mercati. Stiamo assistendo a un cambiamento fondamentale nella gestione economica degli Stati Uniti. Con gli strumenti fiscali e monetari tradizionali ormai esauriti e le crescenti minacce all'indipendenza della banca centrale , l'amministrazione sta orientandosi verso una strategia dirigista per accelerare l'economia e garantire il successo elettorale.


14 gennaio 2026

Le famiglie americane continuano ad acquistare azioni

 Nel terzo trimestre dell’anno scorso, l’indice S&P aumento del 7,8%. Chi ha acquistato? Secondo i dati pubblicati dalla FED sono state le famiglie, le quali ora detengono il 42,4% delle azioni corporate americane (dal 41,6 alla fine del secondo trimestre).

A vendere è stato il sistema finanziario, il quale ha ridotto la propria quota dal 36,4 al 35,8%. Sono rimasti sostanzialmente fermi (anzi hanno alleggerito un po’) gli investitori esteri e gli altri investitori interni (stati e governo federale).

Per le famiglie è la percentuale più alta dal 2000 ad oggi. Mentre per il sistema finanziario, oltre ad essere il minimo (sempre per lo stesso periodo), è in atto un deciso ridimensionamento della quota posseduta dal 2008 / 2009.


Tra azioni e fondi di investimento, le famiglie americane ormai detengono il 53,3% del proprio patrimonio finanziario in azioni. Anche in questo caso, si tratta della quota più alta dal 2000, per quanto nel 2021 / 22 avesse già superato il 50%.

Avranno fatto bene le famiglie? Probabilmente in un ottica di lungo periodo si. Ma sappiamo che se dovesse avvenire un crollo dei mercati azionari, probabilmente le famiglie saranno tra i venditori netti.

Dalla fine di febbraio 2009 l’indice S&P è cresciuto dell’850%. Ciò sembra dare ragione alle famiglie, anche se probabilmente la stragrande maggioranza avrà venduto e riacquistato più volte in questo periodo. 

Non si deve comunque dimenticare che il 50% delle azioni è detenuto solo dall’1% degli americani.




13 gennaio 2026

I ricchi sempre più ricchi

 

Negli ultimi 15 anni, il top 5% detiene circa dieci punti percentuali di ricchezza in più

06 gennaio 2026

E improvvisamente i bond del Venezuela triplicano di valore

Dal tweet di 


C'è un aspetto dell'occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo.

Si stima che circa il 35-45% dell'intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond PDVSA, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance. I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un "cambio di regime" guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione per cui gli stessi fondi e le banche Usa stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela. Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell'Orinoco, permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti. Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli. Oltre alla detenzione diretta, banche come JP Morgan e Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume degli scambi di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell'intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione. In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell'economia del paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi. Alessandro Volpi

02 gennaio 2026

Gli Eps S&P500 stimati a fine 2025

 Il 2025 si chiude con una lieve limatura (-0,1%) degli utili per azione (eps), ma con un miglioramento delle aspettative per il 2026 (+0,6%), stando alle indicazioni provenienti dagli analisti di S&P.

La limatura degli eps 2025 riguarda sostanzialmente tutti i settori, con le Utilities che calano rispetto a metà dicembre dello 0,4% e i Materials dello 0,2. Si salvano dalla revisione al ribasso i Finanziari, i tecnologici e il Real estate (invariati rispetto a quindici giorni fa).

Quanto al 2026, il miglioramento delle aspettative è merito soprattutto dei tecnologici, per i quali gli eps vengono aumentati del 2,8%. Bene anche i materials (+0,8%). Rivisti al ribasso i consumi discrezionali (quasi un punto percentuale), gli energetici (-0,4) e le utilities (-0,3%).

Dopo queste revisioni, gli eps dello S&P cresceranno nel 2025 del 12,8% e di oltre il 18% nel 2026. I tecnologici sono il settore in cui gli utili cresceranno di più, tanto nel 2025 (+31.7%) quanto nel 2026 (oltre il 40%). Il Real Estate, dopo l’andamento piatto nell’anno appena terminato (+0,4%) dovrebbe crescere del 23%. Bene anche i materials (+21.7% quest’anno) e l’Health Care (+20.6%). Il settore che dovrebbe vedere l’andamento più debole nella crescita degli utili è quello dei servizi di comunicazione (+2,4% quest’anno).

Il rapporto tra i prezzi e gli utili (P/E) è pari a 26,2 per l’indice S&P500. Con la crescita attesa per il 2026 degli eps del 18,1%, si prospetta un PEG di 1,45.

Il settore tecnologico non solo è sotto la media, ma anche sotto l’unità (0,92). I materials e l’Health Care sono solo pochi centesimi sopra (1,07 e 1.08 rispettivamente). Il settore peggiore è quello dei servizi di comunicazione (9,66).




01 gennaio 2026

Il 2025 è finito, buon 2026

 

Il 2025 si è chiuso con l’oro al top della performance: +65,1% (in dollari, 48,5% in euro). Le previsioni – per quello che valgono – lo spingono fino a 5.000 $ e anche oltre, con un guadagno potenziale del 16%. 

Gli investitori italiani saranno piacevolmente sorpresi di sapere che il FtseMib ha performato meglio dell’indice S&P500: il 31,5 contro il 16,4% (in dollari, ma solo 4,7% quando convertito in euro). Le previsioni degli utili per azione per l’indice azionario milanese confidano in un ulteriore aumento di poco inferiore al 20%. In rapporto al P/E di 16,4, si ottiene un PEG (PE/crescita eps) di 0,85 (si rammenta che più è basso il PEG, migliore è la valutazione dell’indice o di un’azione). 

L’azionario cinese è cresciuto di oltre il 30% in dollari (poco meno del 18% in euro). Gli eps sono visti in crescita del 15,8%. Con un P/E di 14,5 si ricava un PEG di 0,92. Nonostante le tensioni con gli Stati Uniti, le prospettive sono per lo più positive. 

L’indice azionario americano ha un P/E piuttosto elevato (26 volte gli utili); nel 2026 gli eps dovrebbero crescere di oltre il 17%. Il PEG resta pertanto sopra l’unità (1,5). 

Deludente nel 2025 il bitcoin, che segna una flessione del 6,5%, che si trasforma in –16% per un investitore europeo. Se le previsioni sono in generale poco affidabili, quelle sul bitcoin rasentano la fantasia, sia nel caso dei fans che nel caso dei detrattori.  

I bilanci di fine anno sono sicuramente utili, ma se si deve parlare di investimenti è bene ampliare l’orizzonte temporale. È chiaro che orizzonti di dieci o più anni esprimono meglio la bontà di un asset class, ma vi è da dubitare che periodi così lunghi siano la norma per la maggioranza degli investitori. Un compromesso accettabile può essere dato dal periodo quinquennale.


Il grafico riporta le variazioni percentuali delle varie asset class dalla fine di dicembre del 2020, tutte espresse in euro. 

Ciò che nel 2025 è stato deludente, in un'ottica quinquennale segna una crescita del 216%. Parliamo del bitcoin. 

Il settore tecnologico americano riporta un guadagno del 159%. L’oro non sfigura, portandosi a casa un aumento del 138%. Bene anche il FtseMib (+102%), che supera lo S&P (90%). L’azionario cinese, nonostante le aspettative per i prossimi anni siano positive, rimane alla fine di quest’anno in perdita di oltre il 10% rispetto a cinque anni prima. 

Non sappiamo cosa succederà nel 2026 o nei prossimi cinque anni, ma in ogni caso buoni investimenti e buon anno.