29 marzo 2026

Oro, è ancora un bene rifugio?


Finora abbiamo concentrato lo sguardo al petrolio e a Wall Street. Ma vi è un altro protagonista (finanziario) in questa guerra: l’oro.

Il metallo giallo è considerato un bene rifugio. Vale a dire che dovrebbe “proteggere” i risparmi o gli investimenti dalle turbolenze finanziarie. In altri termini, se i mercati azionari vanno male, il compito che ci si aspetta dall’oro è quello di andare in controtendenza, di apportare valore, in modo da compensare quantomeno la caduta degli altri asset.

Solitamente è ciò che avviene e non di rado ha la capacità di crescere in parallelo al buon andamento dei mercati azionari.

Tuttavia, nei momenti cruciali, come una guerra, uno shock petrolifero, sembra che non sia in grado di garantire il compito per cui era stato acquistato. Dall’inizio del conflitto, un mese fa, l’oro ha perso il 15%. Anche più della borsa americana (-7.4%) o italiana (-8,1%).

Dove sarebbe allora la sua capacità di protezione?

Incominciamo col dire che l’oro è soprattutto una riserva di valore. In altri termini, il metallo giallo incorpora l’equivalente di una moneta (il dollaro, l’euro, lo yuan) che può essere spesa sul mercato. E quando può essere speso? quando si vende? Ovviamente sempre, ma in certi momenti gli operatori decidono di “realizzare” la loro riserva in moneta corrente soprattutto quando devono affrontare delle difficoltà (guerre, shock petroliferi). Ciò consente da una parte di realizzare i guadagni conseguiti sul metallo giallo prima di dover “realizzare” le perdite sulle altre asset class (azioni e obbligazioni) e dall’altra di aver a disposizione, soprattutto per gli Stati e i grandi investitori, moneta corrente che può essere impiegata per poter acquistare sul mercato internazionale (non si possono fare bonifici con l’oro e il trasferimento fisico non è proprio la cosa più agevole) i beni e i servizi necessari. In questi momenti, l’oro nella sua funzione di riserva di valore, esplica la concreta possibilità di poter acquistare ciò che è necessario per la vita di un paese. L’oro è l’altra faccia del dollaro (o dell’euro o della valuta cinese).

Su queste circostanze non mancano le voci (di più non si può pretendere) di paesi asiatici, europei e di qualche grande operatore americano che avrebbero provveduto a vendere parte delle loro posizioni in oro realizzando i guadagni conseguiti.

Perché è vero che il metallo giallo è sceso molto, ma ancora adesso guadagna oltre il 44% rispetto ad un anno fa. E i maggiori venditori tra gli investitori sono gli ETF americani.


Cosa aspettarsi quindi dal gold? Come si vede dal primo grafico, l’oro cadde di quasi il 10% rispetto all’inizio del 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Al momento si colloca peggio rispetto a quattro anni fa, ma è sostanzialmente in linea con i valori di inizio anno.  Nel 2022, il drawdown (ovvero la perdita tra il massimo e il minimo) fu del 17%, mentre oggi siamo al 15%. Ma nel 2022 il minimo venne raggiunto verso fine anno. Oggi siamo solo all’inizio. Se si ipotizza che possa scendere di un altro 10%, la quotazione potrebbe arrivare in area 4.000 $. Se così fosse, sarebbe una caduta rispetto all’inizio dell’anno di poco superiore al 7%, più o meno in linea con quanto inferto già oggi all’indice S&P500.



28 marzo 2026

Continuiamo cosi, facciamoci del male

 


Che le cose non stiano andando bene lo si può intuire anche dal grafico: +85% il costo di un barile di petrolio rispetto all’inizio dell’anno.

Questa volta il giochetto di annunciare (poiché solo di questo si tratta, di parole, mentre i bombardamenti continuano) di posticipare di 10 giorni, al 6 aprile, i bombardamenti sulle strutture energetiche iraniane non ha funzionato. Il mercato non ci crede più. Trump oltre che essere inaffidabile dal punto di vista politico internazionale, lo è ora anche per Wall Street.


Inoltre sta inviando circa 10 mila uomini nel Golfo Persico. Non può certo pensare con quelli di arrivare a Teheran. Vuole occupare qualche isoletta nello Stretto di Hormuz? Buona fortuna. Saranno bersagliati 24 ore al giorno dai droni iraniani.

E’ un’operazione suicida come suicida è tutta questa guerra. Si vuole liberare lo Stretto di Hormuz quando prima della guerra era già libero !

Presto il problema non sarà nemmeno più il prezzo. In Asia ci sono già alcuni paesi che lamentano la carenza di carburante. Presto avremo lo stesso problema in Europa.

Continuiamo così, facciamoci del male


24 marzo 2026

La ricchezza delle famiglie italiane, 2010-2022

 


Come è cambiata la ricchezza delle famiglie italiane tra il 2010 e il 2022? Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia analizza la composizione per tipologia di investimento rispetto a tre segmenti di ricchezza: il 50% più povero, quello che possiamo considerare il 40% mediano e il 10% più ricco.


Il 50% più povero

Le famiglie con minor disponibilità economiche possono contare prevalentemente sulla casa di proprietà Nel 2010 costituiva quasi i tre quarti della loro ricchezza. La liquidità, contava per il 16,5% mentre gli investimenti in altre attività finanziarie (obbligazioni, azioni, fondi comuni e assicurazioni sulla vita) non andavano oltre il 9%.

Tra il 2010 e il 2022, la quota immobiliare è salita quasi all’80%. Sono forse diventati più ricchi? Ne dubito. Mentre la liquidità è rimasta sostanzialmente immutata (17%), in realtà hanno dovuto attingere al risparmio. Gli investimenti finanziari sono più che dimezzati, passando dall’8,9 al 3,9%. Il venir meno del risparmio destinato alle attività finanziarie spiega la crescita del peso della quota immobiliare.

Il ceto medio

Per le famiglie un po’ più agiate, comprese tra il 50 e il 90% tra quelle più  benestanti, la quota immobiliare rimane di notevole importanza. Nel 2010 rappresentava oltre il 77% della ricchezza. Dodici anni dopo scende a  circa il 75%. 

Aumenta invece significativamente la quota di ricchezza che si vuole detenere a disposizione, dal 10,6 al 14,7%, a scapito degli investimenti finanziari, che passano dal 12,1 al 10,3%. Si può così desumere che il ceto medio magari non si è impoverito, ma la percezione di una maggiore incertezza, il timore per il futuro, lo hanno indotto a restare un po’ più liquido, rinunciando agli investimenti finanziari almeno nella intensità di quanto avveniva un decennio prima.

Il 10% più ricco

La quota immobiliare per i più ricchi è notevolmente diminuita: dal dal 57 al 46%. E’ sicuramente cresciuta la liquidità che si vuole mantenere a disposizione (dal 9 all’11,5%), ma il grande balzo è avvenuto negli impieghi finanziari, dal 34,4 al 42,2%.

L’afflusso di nuove disponibilità economiche è stato prevalentemente dirottato nelle partecipazioni azionarie (soprattutto non quotate), nei fondi comuni di investimento e nelle assicurazioni vita.




Il fallimento della U€

 


22 marzo 2026

Sono fuori dalla realtà

 Gli analisti finanziari restano ottimisti. E’ quanto emerge da un articolo di “Milano Finanza” del 21 marzo (Al riparo dai crolli di Massimo Brambilla, p.15).

Per il momento la tendenza dei mercati rimane (...) ribassista nel breve (prossimi giorni), neutrale nel medio (prossime settimane) e ancora positiva nel lungo termine (prossimi mesi). Tuttavia, il quadro potrebbe degenerare rapidamente qualora Wall Street accelerasse la discesa in seguito a un eventuale inasprimento delle tensioni internazionali sull’energia, che si trasmetterebbero negli States attraverso un sensibile rincaro del prezzo del petrolio (...), nonché tramite un aumento del costo degli approvvigionamenti industriali e una contrazione dell’export, quest’ultimo amplificato dal rafforzamento del dollaro.

Il risultato potrebbe tradursi in un tonfo anche pesante delle quotazioni azionarie (...) soprattutto se gli operatori fiutassero aria di caro-energia per un certo numero di mesi, in grado di alimentare l’inflazione modificando (...) le attese sui tassi Fed. In un simile scenario, che non è ancora il più verosimile né il più probabile, sarebbe più che altro la caduta di Wall Street nell’area compresa tra 6.200 e 6.000 punti (...) a spingere gli Stati Uniti e quindi l’Europa in recessione.

Ammesso che si fermi a 6.000, sarebbe come dire che dall’inizio della guerra il mercato azionario dovrebbe perdere solo il 12,8%. Con gli impianti petroliferi e del gas che servono approssimativamente il 20-30% della domanda mondiale di energia andati letteralmente in fumo, che richiederebbero diversi anni per tornare operativi, Wall Street reagirebbe come se fosse un evento deplorevole, ma secondario?

Con tutto il rispetto per i morti delle Torri Gemelle, ma che pur nella tragicità dell’evento non hanno avuto di fatto alcun impatto sull’economia reale, con  tutte le catene di approvvigionamento intatte, l’indice S&P perse circa il 30% nei dodici mesi successivi. Ed ora che verrà meno per mesi se non per anni una quota importante delle forniture energetiche, dovremmo mettere in conto una perdita di neanche il 13%?

Io credo che il mondo finanziario sia fuori dalla realtà. Non solo: ritengono il loro scenario pessimista improbabile. Loro si affidano alla 

speranza di poter assistere a un recupero a V simile al “Liberation day” (...) Oggi come allora, Donald Trump si troverebbe costretto a trovare rapidamente una via d’uscita, un piano stile ”Taco”, per evitare il peggio.

Visto il personaggio è certamente possibile, ma forse non ci si rende conto che una simile soluzione significa l’estromissione a tempo indeterminato degli Stati Uniti dall’area del Medio Oriente. Non è che può dire: scusate non mi diverto più, torno a casa. Potrà cantare vittoria fin quel vuole, ma se mai dovesse ritirarsi senza che si stabilizzi in un modo o nell’altro il Medio Oriente, saranno i paesi del Golfo a provvedervi e in primo luogo l’Iran, il quale porrà le sue condizioni ed estenderà la sua egemonia sulle risorse energetiche più grandi del pianeta. Gli Stati Uniti potranno anche essere auto-sufficienti, ma gli iraniani si ricorderanno benissimo di chi è stato il loro nemico e di chi avrà girato lo sguardo dall’altra parte mentre veniva bombardato.

Da questa guerra, in un senso o nell’altro, uscirà una nuova architettura geopolitica. Uscirà un vinto e un vincitore. Il mondo non sarà più come prima.

________

Taco, acronimo di Trump Always Chickens Out   che significa "Trump si tira sempre indietro/si arrende".

La guerra, l'elio, Nvidia e l'Intelligenza Artificiale

 Estratto da un post di Shanaka Anselm Perera

L'elio è l'unico elemento che sfugge permanentemente all'atmosfera terrestre. Una volta rilasciato, sale attraverso la troposfera, attraversa la stratosfera e lascia il pianeta. Non può essere prodotto artificialmente. Non può essere sintetizzato su scala industriale. Si accumula nel corso di miliardi di anni negli stessi giacimenti geologici del gas naturale. (...)

Nel 2025 il Qatar ha prodotto circa 63 milioni di metri cubi di elio, pari al 30-36% dell'offerta globale su un totale di circa 190 milioni di metri cubi. I tre grandi impianti di purificazione dell'elio di QatarEnergy a Ras Laffan costituiscono la più grande base di produzione di elio al mondo. Quando la produzione di GNL si è interrotta in seguito agli attacchi dei droni iraniani del 2 marzo e ai successivi danni causati dai missili del 19 marzo, l'estrazione di elio si è automaticamente fermata perché l'elio viene recuperato durante la liquefazione del gas naturale. Non è possibile produrre elio senza produrre GNL. Il sottoprodotto scompare insieme al prodotto primario.

(...)

La Corea del Sud importa il 64,7% del suo elio dal Qatar. SK Hynix e Samsung gestiscono stabilimenti di produzione ad alto volume che realizzano le memorie DRAM e ad alta larghezza di banda chealimentano ogni acceleratore di intelligenza artificiale, ogni GPU per datacenter e ogni cluster di cloud computing sulla Terra. L'elio raffredda i wafer di silicio durante la fabbricazione. Funge da gas vettore negli strumenti di deposizione e incisione. Consente il rilevamento di perdite nei sistemi a vuoto. La moderna litografia a ultravioletti estremi richiede ambienti raffreddati a elio per un controllo preciso della temperatura. Senza elio, il processo di fabbricazione si degrada o si arresta.

SK Hynix e Samsung detengono scorte di elio sufficienti per due o tre mesi. Due o tre mesi non rappresentanoun margine di sicurezza, bensì un conto alla rovescia. Se Ras Laffan dovesse rimanere fuori servizio oltre tale periodo, la produzione di memorie sudcoreana rischierebbe il razionamento. TSMC, a Taiwan, è in qualche modo più diversificata, ma utilizza comunque catene di approvvigionamento legate al Qatar. L'intera catena di fornitura dell'hardware per l'intelligenza artificiale, dalle memorie HBM3E ai chip logici avanzati, si sviluppa all'interno di ecosistemi dipendenti dall'elio.

Oltre che nei semiconduttori, l'elio raffredda i magneti superconduttori di oltre 14.000 macchine per la risonanza magnetica in funzione in tutto il mondo. Pressurizza i serbatoi di carburante dei razzi e viene utilizzato per spurgare i sistemi di propulsione in ambito aerospaziale. Il Large Hadron Collider del CERN si basa su sistemi criogenici a elio. Non esiste un sostituto per l'elio in nessuna di queste applicazioni su scala industriale.

Gli Stati Uniti e il Qatar insieme rappresentano oltre il 70% della produzione mondiale. Le riserve federali di elio statunitensi e i fornitori privati ​​offrono un parziale sollievo, ma i prezzi globali e la disponibilità spot sono ancora determinati dalla quota di mercato del Qatar. (...)

La guerra ha colpito prima l'uranio. Poi il petrolio. Poi l'azoto. Poi l'acqua. Poi la plastica. Poi imedicinali. Poi lo zolfo. Ora l'elio. Otto strati. Ognuno più in profondità. Ognuno più vicino all'infrastruttura che sostiene la civiltà moderna. Il chip che elabora i tuoi dati, il magnete che scansiona il tuo corpo e il razzo che lancia il tuo satellite dipendono tutti da un atomo che lascia il pianeta quando lo perdi.

L'amministratore delegato della società di intelligenza artificiale più preziosa al mondo ha appena dichiarato al mondo di essere impegnato al 100% con Israele, mentre la guerra che sta applaudendo sta bloccando un terzo della fornitura globale del gas senza il quale i suoi chip non possono essere prodotti. Jensen Huang, intervenendo al GTC 2026, ha affermato: "Mi è stato chiesto se siamo ancora impegnati con Israele. La mia risposta: 100%. 100% in Israele. 100% al fianco delle famiglie". Ha definito Israele la seconda casa di NVIDIA. Ha affermato che la guerra ha una ragione e renderà il Medio Oriente più stabile di prima. Ha detto questo mentre il complesso di Ras Laffan in Qatar, che fornisce dal 30 al 33% dell'elio mondiale, è danneggiato e fuori servizio perché l'Iran lo ha colpito in rappresaglia per la stessa campagna che Huang sta appoggiando.

L'elio non è un'opzione nella produzione di semiconduttori. È insostituibile. L'elio ultrapuro raffredda i wafer durante la litografia. Mantiene gli ambienti sottovuoto in cui i chip vengono incisi con precisione nanometrica. Rileva le perdite nei sistemi in cui una singola particella di contaminazione può distruggere un wafer da 20.000 dollari. Non esiste un sostituto con la purezza e la quantità richieste dagli impianti di produzione più avanzati. L'industria dei semiconduttori è ora il maggiore consumatore di elio al mondo, superando la risonanza magnetica medica. Le GPU di NVIDIA vengono prodotte da TSMC a Taiwan e le sue memorie HBM da Samsung e SK Hynix in Corea del Sud. Nel 2025, SK Hynix si riforniva del 64,7% del suo elio dal Qatar. Quella fornitura è esaurita.

L'impegno di Huang nei confronti di Israele non è simbolico, bensì strutturale. L'acquisizione di Mellanox per 6,9 miliardi di dollari nel 2019 ha trasformato Israele nel più grande centro di sviluppo di NVIDIA al di fuori degli Stati Uniti. Seimila dipendenti e le loro famiglie lavorano tra Yokneam, Beersheba e i campus previsti nel nord del Paese. (...) Huang non parla di un impegno al 100% solo per fare bella figura, ma perché senza Israele, la roadmap di NVIDIA per l'intelligenza artificiale non esisterebbe.

Ma senza elio, nemmeno i chip di NVIDIA esisterebbero. Gli stabilimenti di produzione più avanzati segnalano scorte di riserva sufficienti per due o tre mesi. Dopodiché, inizia il razionamento. I sistemi di riciclo a ciclo chiuso recuperano dall'80 al 95% dell'elio utilizzato nella produzione, riducendo la domanda di nuovo elio. Ma è comunque necessaria una nuova fornitura, e un terzo di essa è appena scomparso dietro uno stretto chiuso e un complesso di GNL bombardato. (...)  Il boom dell'intelligenza artificiale, di cui NVIDIA è leader, richiede due cose che questa guerra sta contemporaneamente proteggendo e distruggendo: il talento ingegneristico israeliano e l'elio del Qatar.

Questa è l'architettura nascosta dell'impatto economico della guerra in Iran. Il petrolio fa notizia. L'elio non riceve alcuna attenzione. Ma ogni data center, ogni cluster di addestramento per l'intelligenza artificiale, ogni GPU che elabora i modelli che stanno rimodellando l'economia globale dipende da un gas nobile più leggero dell'aria, impossibile da sintetizzare commercialmente e attualmente intrappolato dietro lo stesso Stretto di Hormuz che 23 nazioni hanno appena firmato una dichiarazione impegnandosi a riaprire senza inviare una sola nave da guerra.

Huang ha affermato che la guerra renderà la regione più stabile. Le riserve di elio della regione suggeriscono il contrario.

21 marzo 2026

Siete comunque coinvolti

 E se nei vostri quartieri

tutto è rimasto come ieri,

senza le barricate

senza feriti, senza granate,

se avete preso per buone

le "verità" della televisione

anche se allora vi siete assolti

siete lo stesso coinvolti.


(Fabrizio De Andrè,

Nicola Piovani,

Giuseppe Bentivoglio)

 A meno che abbiate investito sul settore energetico e sul petrolio, probabilmente sarete stati coinvolti dai ribassi di marzo.

Pensavate che I titoli di stato italiani vi potessero proteggere? Dall’inizio della guerra in Iran i decennali hanno perso il 6,4%. In soli 20 giorni. E poiché il mercato stima che i tassi possano salire da qui a dodici mesi di un punto percentuale, si è esposti ad un’ulteriore caduta del 9%.

I titoli di Stato italiani hanno fatto peggio della Borsa americana (-5.4%). Ma la Borsa italiana dall’inizio del mese ha perso il 9,3% Entrambi i mercati sono ormai prossimi a tagliare verso il basso la media annuale e a dare avvio a un potenziale trend ribassista.

Non si salvano i paesi emergenti (-8.1%) e la Cina, la quale se perde solo il 5% ha già tagliato la media annuale e si avvia a un trend ribassista.

L’Oro? Vi basta un calo del 15%? 

Ma non doveva essere un bene rifugio? Certo, ma quando le materie prime aumentano del 12,8% e il petrolio del 55% in soli 20 giorni, forse materie prime e petrolio non saranno proprio un rifugio, ma certamente consolano molto bene i cali sugli impieghi tradizionali.

Tutto però dipenderà da quanto durerà la guerra. Chi ha scommesso sulla superiorità americana, sta perdendo la scommessa. L’Iran ha dimostrato non solo di poter resistere agli attacchi, ma è stato in grado di rispondere più che adeguatamente, bombardando le basi militare americane e israeliane e successivamente gli impianti petroliferi ed energetici, oltre a riuscire a bloccare lo Stretto di Hormuz.

Purtroppo non sembra che finirà a breve. Gli scambi missilistici e i bombardamenti possono anche essere meno intensi rispetto ai primi giorni, ma sono più devastanti e selezionati. Inoltre si susseguono voci che parlano di invio di altre navi militari americane e di 2.500 marines.

Nonostante Trump continui a ripetere che sta vincendo, ha dovuto trasferire i patriot dalla Corea del Sud e ha dovuto chiedere aiuto ai paesi Nato per liberare lo Stretto di Hormuz, perché le sue portaerei si sono dovute allontanare dal teatro di guerra (la Lincoln è a 1200 km dalle coste iraniane e la Ford è stata costretta a rientrare a Creta per assistenza).

Quindi? Quindi più il petrolio resterà sopra i 100 $, più aumenterà il rischio di inflazione con conseguente riduzione del potere d’acquisto delle famiglie (riduzione della domanda), più aumenterà il rischio di un rallentamento dell’attività economica (se non proprio una recessione), soprattutto in Europa, priva di risorse energetiche. Se l’inflazione indurrà le banche centrali ad aumentare i tassi, la recessione o la stagnazione, intaccherà la redditività delle imprese.

Tale circostanza non è stata ancora metabolizzata dagli analisti, i quali nonostante la guerra, continuano ad alzare la crescita degli utili per azione.



Probabilmente hanno ragione gli analisti di FactSet. Ma francamente sarei un po’ più cauto. A meno che, nel suo stile, Trump domani ci dica che la guerra è finita e si ritorna a casa. Con Trump, tutto è possibile. 

Andrà così?




20 marzo 2026

Le famiglie americane esposte allo shock petrolifero

 Parlare dell’ultimo trimestre del 2025, quando in questi giorni c’è una guerra può apparire anacronistico. Ma la quota detenuta dalle famiglie americane sul totale delle attività azionarie emesse è in crescita dal 2020, passando da meno del 38 al  42,4%. E’ il massimo assoluto almeno dall’inizio di questo secolo. Se hanno fatto bene lo si vedrà con il tempo. Intanto, nonostante la guerra in Iran, l’indice S&P500 (a ieri) era inferiore rispetto all’inizio dell’anno solamente del 4%.

Chi continua a ridimensionare il proprio peso è il sistema finanziario, che dalla crisi del 2008 ha ridotto la quota posseduta sul totale delle azioni in circolazione dal 47,2 al 35,5%.

Oltre alle famiglie, ad acquistare peso sono stati gli investitori esteri che rappresentano ormai il 18.4% del mercato azionario.

L’incidenza degli investimenti azionari delle famiglie è di poco inferiore a un terzo del loro patrimonio finanziario. A cui si aggiungono i titoli di proprietà relativi alle attività imprenditoriali non quotate (11%) e gli investimenti in mutual fund (per un altro 10% circa).

Quando oltre la metà del patrimonio familiare dipende dai mercati azionari o dalle attività economiche e commerciali , non si può ignorare l’effetto ricchezza richiamato da JP Morgan a proposito delle conseguenze che possono derivare da uno shock petrolifero 

Fonte: Elaborazioni su dati Federal Reserve Board - Data

18 marzo 2026

Lettera a un'amica

 i portafogli dovranno essere diversificati, perché non è possibile a priori in un arco di tempo pluriennale sapere dove potranno arrivare i rendimenti più interessanti. Ciò implica necessariamente che non tutte le componenti potranno dare eguale soddisfazione contemporaneamente, ma ognuna potrà dare il proprio contributo in fasi e periodi diversi.

Se il portafoglio è così impostato, non bisogna lasciarsi prendere dall'emotività del momento. Se la componente azionaria si trova in difficoltà vi saranno altri asset che potranno compensarle, come ad esempio l'oro e le materie prime. Se invece fossero queste a deludere, sarà l'azionario che potrà trarne giovamento.

Se non si è dei day-trader, è meglio guardare lontano, al quadro d'insieme, piuttosto che azzardare a lanciarsi in operazioni che potrebbero anche chiudersi felicemente, ma che espongono a rischi ben maggiori. 

Curare il proprio patrimonio può sembrare noioso: sembra che non si debba mai fare niente qualunque cosa succeda. Ma ha il vantaggio di lasciare il tempo per coltivare i propri interessi che, il più delle volte, non sono quelli di seguire sullo schermo del PC le oscillazioni di borsa.

Vi è una regola molto semplice per gestire un portafoglio diversificato. Se per semplicità assumiamo che sia ripartito in 30% liquidità (inclusi i bond), 40% azioni e 30 % oro, sarà sufficiente una volta all'anno verificare come saranno cambiate le quote. Si provvederà quindi a vendere quelle che sono aumentate e a comprare quelle che sono diminuite, al fine di riportare le proporzioni al livello iniziale. In tal modo non si amplificano i rischi (se ad esempio le azioni sono cresciute) e di fatto si venderà a prezzi più alti e si comprerà le altre asset class a prezzi più bassi.. 

Ma soprattutto potrai occuparti delle cose che veramente ti interessano. 

Per il resto, bisogna sperare che questa classe politica incompetente, se non folle, non ci porti verso l'abisso. In tal caso, oltre al fatto che ci sarebbe ben poco da fare per evitarlo, l'andamento delle borse non sarebbe certo la prima preoccupazione.

16 marzo 2026

La regola del supermercato

 da Graham Stephan

C'è sempre un motivo per non investire.

Nel 2009 erano le banche.
Nel 2020 era un virus.
Nel 2025 erano i dazi doganali. Ora è la guerra.

Ma per chi mantiene la rotta, i numeri non mentono. L'indice S&P 500 è ancora in rialzo di oltre il 70% negli ultimi cinque anni, nonostante il recente calo.

Il mercato azionario è l'unico posto in cui la gente scappa quando le cose vanno in saldo . Se vedessi il prezzo di un televisore scendere a 100 dollari, lo compreresti all'istante. Se le uova che compri al supermercato sono in offerta, non ti senti in colpa per quelle che hai comprato la settimana scorsa. Semplicemente ne fai scorta perché sai che dovrai mangiare anche la settimana prossima.

Lo stesso vale per le azioni. A meno che non abbiate bisogno di incassare e andare in pensione nei prossimi mesi, l'andamento odierno del mercato è pura casualità. Se possedete un indice ampio come l'S&P 500, il vostro obiettivo è di mantenerlo per decenni. Un calo del 10% o del 20% è solo un'occasione imperdibile per il vostro futuro. La storia dimostra che per ogni anno di ribasso sul grafico, ne seguono diversi di rialzo.

Il rischio maggiore non è un crollo del mercato. Il rischio maggiore è quello di vendere in preda al panico al minimo e perdere la ripresa del 30% che storicamente ne consegue. Dovresti considerarlo una prova della tua forza di volontà.

15 marzo 2026

Petrolio ed effetto ricchezza

 Da una analisi di J.P. Morgan

i mercati prevedono che i prezzi del petrolio Brent rimarranno al di sopra dei livelli pre-conflitto fino alla metà del 2027, poiché anche una rapida fine del conflitto comporterebbe un lento ritorno alla piena produzione e maggiori rischi nel prossimo futuro.

Le ripercussioni a catena dell'impennata del prezzo del petrolio non si limitano all'inflazione, dovuta all'aumento dei prezzi alla pompa e alla pericolosità delle rotte di transito come il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz. Colpiscono anche il mercato azionario. È questo il meccanismo di trasmissione che trasforma il problema non solo in una questione di offerta, ma anche in un fattore distruttivo per la domanda. E ciò potrebbe essere ancora più pericoloso per l'economia globale.

Negli ultimi 18 mesi, le famiglie americane hanno speso a un ritmo superiore alla crescita del reddito. Con i bilanci ai massimi storici, il 25% del patrimonio netto proviene da azioni societarie.

Incoraggiati dal rally del mercato azionario, i consumatori hanno iniziato a farsi guidare dal valore dei propri beni piuttosto che dai lievi aumenti salariali. Quando il mercato è in crescita, questo si ripercuote positivamente sull'economia. Si ha la sensazione che ci siano più soldi nei risparmi, negli investimenti e nei fondi pensione, il che incoraggia una maggiore spesa. È l'effetto ricchezza in azione. 


Ma questo rende anche l'economia asimmetricamente vulnerabile. Un'inversione di tendenza nei prezzi degli asset può causare una contrazione più marcata dei consumi, amplificando l'impatto inflazionistico dello shock petrolifero sull'economia. In altre parole, il mercato azionario crolla, i risparmiatori ne risentono – anche solo sulla carta – e improvvisamente diventano più cauti nell'effettuare il prossimo acquisto. Se a questo si aggiunge l'aumento dei prezzi alla pompa, diventa più difficile per i consumatori tornare a spendere.

Un prezzo del petrolio sostenuto fino a 90 dollari al barile potrebbe innescare un calo del 10-15% dell'indice S&P 500. Con l'aumento del prezzo verso e oltre i 120 dollari al barile, le vendite sull'S&P 500 si intensificheranno. Le implicazioni si estendono oltre gli Stati Uniti. I mercati internazionali ed emergenti presentano in genere una maggiore sensibilità agli shock della crescita globale e le ripercussioni all'estero potrebbero essere ancora più ampie. Il cambiamento nella performance complessiva è già palpabile dall'inizio del conflitto.

14 marzo 2026

Buona Fortuna

 Nonostante le roboanti dichiarazioni di vittoria di Trump, il prezzo del petrolio racconta la dura realtà. Ieri ha chiuso la seconda settimana di guerra all’Iran a 103,14 $/b (un aumento del 70% rispetto all’inizio dell’anno).

E’ interessante fare un confronto con quanto avvenuto nel 2022, dopo l’invasione russa dell'Ucraina.




Come si vede l’evoluzione è molto simile, con l’unica differenza che i prezzi del 2022 non saranno necessariamente da guida per l’andamento delle quotazioni del petrolio nelle prossime settimane. Molto dipenderà dalla durata della guerra. E purtroppo su questo fronte abbiamo da Washington  notizie contrastanti: da una parte si dice che durerà 4-5 settimane, dall’altra si pensa di inviare truppe in territorio iraniano. Se prevarrà questa opzione, l’inevitabile escalation farà prevalere lo scenario di un nuovo Vietnam. Solo che, questa volta, oltre massacro a cui si andrà incontro, a soffrire saranno i prezzi petroliferi.


Vi sono ricerche (ad esempio: Bloomberg su Milano Finanza di questa settimana, p.10) che assicurano che se il prezzo andasse a 110 $, l’inflazione aumenterebbe dell’1% e del 3% se arrivasse a 170 $.


Ora vi mostro cosa è successo nel 2022 in Italia, quando il prezzo del petrolio si fermò (come aveste visto anche dal grafico sopra riportato) a 130 $.


L’inflazione arrivò al 12%, altro che tre punti percentuali in più.


Ovviamente, i tassi non potranno stare dietro a simili evoluzioni, per quanto siano saliti all’epoca dal’1% a quasi il 5%. Questo significa che in prospettiva le posizioni sui titoli decennali e gli obbligazionari a medio e lungo termine potrebbero subire sia una perdita in conto capitale (per l’aumento dei tassi), che una decurtazione in termini reali dovuta all’inflazione.


Al momento il mercato prevede che i tassi possano salire da qui ad un anno di 0,7 punti percentuali, ossia passare dal 3,8 al 4.5%. Questo significa che vi sarà una perdita in conto capitale, se così andrà, del 6,5%. Nei prossimi dodici mesi i titoli obbligazionari non saranno quindi il miglior investimento.


La stella polare rimane sempre l’azionario americano. L’indice S&P500 dall’inizio della guerra ha perso solo il 3,6%, ma si sta avvicinando pericolosamente alla media mobile annua, tagliata la quale si apre la possibilità di un trend ribassista. Quindi salvo che siate un investitore a lungo termine, vi è il concreto rischio che possa dare qualche dispiacere nei prossimi mesi.


Si potrebbe pensare che gli emergenti possano costituire un’alternativa. In un orizzonte temporale piuttosto lungo, potrebbe anche essere. Ma la presenza di paesi come la Cina, la Corea del Sud, l’India e altri del sud-est asiatico, ha inciso non poco sull’andamento dell’indice Msci EM (-6,2% dall’inizio della guerra), a causa della forte dipendenza dal Medio-Oriente per l'approvvigionamento energetico. 



Perché non puntare sull’oro? Sicuramente ha una forza nettamente superiore all’indice S&P500. Ma anche l’oro non ha brillato: dall’inizio del conflitto è sceso del 5%. Potrà tornare a crescere? probabilmente sì. Ma, salvo che sia buona norma avere una quota del portafoglio investita nel metallo prezioso, si potrebbero trovare investimenti più performanti, in questo momento. Come le materie prime.


Queste ultime sono cresciute nel mese di marzo del 14% e del 25,8% dall’inizio dell’anno. Ma tutto dipenderà da quanto durerà la guerra.


Magari qualcuno si chiederà perché non ho preso in considerazione l'Europa. La ragione è molto semplice. Al di là della classe politica più stupida che si abbia mai avuto dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa non ha materie prime né risorse energetiche. E’ un vaso di coccio tra due vasi di ferro. In prospettiva, è un continente destinato al declino. 


Che dire? Buona fortuna


08 marzo 2026

Un po' di storia

 Riprendo da "Milano Finanza" di ieri una breve storia sull'andamento dell'oro e dei mercati azionari in occasione delle crisi petrolifere dagli anni '70 agli anni '80 (Oro presto alla riscossa di Massimo Brambilla, p. 44).

Durante la prima crisi petrolifera degli anni '70 innescata dalla guerra del Kippur tra Israele e Egitto-Siria, che causò l'embargo del petrolio arabico verso i Paesi occidentali che sostenevano Tel Aviv facendone esplodere i prezzi (+213%), l'inflazione che ne scaturì e la conseguente recessione economica spinsero l'oro da 65 dollari l'oncia del 1972 a oltre 180 dollari nel 1974, triplicandone il prezzo, mentre lo S&P500 dimezzo il suo valore in una discesa durata 18 mesi (...)

Tra il '75 e il '76 il metallo giallo accusò una correzione fino a 120 dollari (...) per poi riprendere fino a 850 dollari l'oncia raggiunti nel gennaio del 1980 in occasione della seconda crisi petrolifera del 1979-1980 innescata dalla rivoluzione in Iran, che mandò fuori controllo l'inflazione occidentale (+13% negli Usa)

In Italia arrivò anche ben oltre il 20%.

Ed ecco il monito del settimanale finanziario:

Un simile "cigno nero" rappresenta dunque un grave rischio per i mercati azionari, dove lo S&P500 sarebbe capace di lasciare sul terreno fino alla metà del valore, mentre costituirebbe un'opportunità per l'oro, che non farebbe fatica a vedere quota 8.000 dollari in un contesto di estrema incertezza economico-finanziaria dominata dall'inflazione.

07 marzo 2026

Il nuovo cavallo vincente

 Dopo molte false partenze, le materie prime hanno intrapreso decisamente un trend rialzista.

Avevano tagliato verso l’alto la media annuale già a fine febbraio, ma erano ancora al di sotto del massimo precedente, conseguito nel gennaio dell’anno scorso. La guerra all’Iran, con l’annesso blocco dello Stretto di Hormuz, ha fatto aumentare le quotazioni del petrolio dal 27 febbraio del 28% (da oltre 72 a oltre 92 $/b).

Rispetto ad un anno fa anche l’indice Goldman Sachs Commodity Index (GSCI), che tiene conto di tutte le principali materie prime (agricole, energetiche, metalli e preziosi) è aumentato del 28%.

Se viene confrontato con l’oro, il metallo giallo mantiene ancora una forza relativa superiore, ma è in evidente indebolimento, dato che dalla fine della settimana scorsa è sceso del 2% (a 5.172 $/oz).


La vera domanda però è quanto durerà la guerra all’Iran? Ovviamente più sarà lungo il conflitto, maggiori saranno le probabilità che il petrolio resti su livelli elevati.

Assumere una posizione sulle materie prime implica quindi una scenario di guerra prolungata, che si aggiunge a coloro che sono convinti che il ruolo del dollaro nel lungo periodo sia destinato a indebolirsi a livello internazionale e le materie prime (in primis l’oro) possono essere gli asset che ne beneficeranno maggiormente.

Vi è tuttavia da segnalare che la guerra iraniana ha in realtà rafforzato la valuta americana (rispetto all’euro è passata da 1.18 a 1.156 $). Il dollaro non ha quindi ancora perso il suo appeal nei momenti di crisi internazionale. Ma con l’Europa, senza proprie materie prime, esposta ad ogni evento internazionale, non vi erano molte alternative ove collocare i capitali.

C’è invece da chiedersi come mai non sia stato preferito l’oro. L’unica risposta plausibile è che vi sia una specie di rotazione anche qui (come sui mercati azionari dai tecnologici a titoli difensivi): si prevedeva che il petrolio sarebbe stato il nuovo driver dei mercati e tanto valeva monetizzare i guadagni conseguiti sul metallo giallo per spostarli sul cavallo vincente.


05 marzo 2026

Dove vanno i soldi?

Lo S&P arranca, gli emergenti pure. Dei tecnologici meglio non parlare. Anche l’oro sembra incerto, almeno in questi ultimi giorni.

Ma se non si è dei day trader, non conviene inseguire le giravolte dei mercati. Meglio guardare ai trend. A particolari trend: ai rapporti tra due possibilità di investimento. Ad esempio: è meglio investire su Wall Street o sull’oro?


La risposta potrebbe essere scontata, viste le performance del metallo giallo. Ma può essere utile avere un’idea visiva.

Il grafico riporta il rapporto tra l’indice S&P500 e le quotazioni dell’oro. Se la linea rossa scende, vuol dire che l’oro si sta rafforzando rispetto all’azionario. Dall’inizio dell’anno scorso tale dinamica è confermata anche dal taglio verso il basso della media quinquennale di quel rapporto.


In questi ultimi giorni, il bitcoin si è un po’ ripreso. come si rapporta verso l’oro?

Anche in questo caso, una discesa della linea rossa indica una forza relativa dell’oro rispetto al bitcoin. Tale situazione si è determinata a partire dall’ultimo trimestre dell’anno scorso. Il rimbalzo degli ultimi giorni del bitcoin, in un'ottica di lungo periodo, non intacca la forza relativa del metallo giallo. Ciò non vuol dire che il bitcoin non possa aumentare ancora. Afferma solo che tra oro e bitcoin, il metallo giallo sembra avere più carburante per crescere, senza che ciò comporti che la criptovaluta debba restare al palo. Possono crescere tutte e due, ma al momento sembra favorito l’oro.


Se proprio si vuole restare sull’azionario, perché non considerare i mercati emergenti? 

La discesa della linea continua segnala una forza relativa degli EM rispetto all’indice americano, almeno dal secondo trimestre dell’anno scorso. La guerra in Iran ha colpito pesantemente un paese importante della platea degli emergenti: la Corea del Sud. Martedì ha perso il 7% e ieri il 12%. La Corea del Sud dipende in maniera enorme dal petrolio che arriva dal Medio Oriente, molto più della Cina (circa il 25% delle sue importazioni, contro il 70% circa della Corea del Sud, la quale è in bella compagnia con il Giappone, Singapore e Taiwan. La quota è inferiore ma superiore a quella cinese invece per India, Thailandia e Malaysia).

La guerra in Iran ha quindi colpito anche i paesi emergenti, tale per cui pur mantenendo la loro forza relativa rispetto all’indice S&P, sono meno “baldanzosi”.

Gli emergenti sono notoriamente esportatori di materie prime. E se vengono messi a raffronto con l’indice Goldman Sachs Commodity Index (GSCI), queste ultime sembrano molto più interessanti dell’indice MSCI EM.

Non solo le materie prime sono più performanti degli EM, ma tale prospettiva si è palesata da poco. Se tale rapporto fosse confermato nelle prossime settimane, potremmo essere nella fase iniziale di trend favorevole alle commodities. Resta tuttavia da verificare quanto tempo durerà la guerra all’Iran e conseguentemente se l’aumento del petrolio potrà essere riassorbito o continuerà a crescere. Nel primo caso, come il grafico dimostra, l’azionario dei paesi emergenti ha sempre ritrovato la forza per crescere. Ma se la guerra dovesse prolungarsi potrebbe essere più conveniente stare dalla parte delle materie prime.