Dopo molte false partenze, le materie prime hanno intrapreso decisamente un trend rialzista.
Avevano tagliato verso
l’alto la media annuale già a fine febbraio, ma erano ancora al di sotto del
massimo precedente, conseguito nel gennaio dell’anno scorso. La guerra
all’Iran, con l’annesso blocco dello Stretto di Hormuz, ha fatto aumentare le
quotazioni del petrolio dal 27 febbraio del 28% (da oltre
Rispetto ad un anno fa anche l’indice Goldman Sachs Commodity Index (GSCI), che tiene conto di tutte le principali materie prime (agricole, energetiche, metalli e preziosi) è aumentato del 28%.
Se viene confrontato con l’oro, il metallo giallo mantiene ancora una forza relativa superiore, ma è in evidente indebolimento, dato che dalla fine della settimana scorsa è sceso del 2% (a 5.172 $/oz).
La vera domanda però è quanto durerà la guerra all’Iran? Ovviamente più sarà lungo il conflitto, maggiori saranno le probabilità che il petrolio resti su livelli elevati.
Assumere una posizione sulle materie prime implica quindi una scenario di guerra prolungata, che si aggiunge a coloro che sono convinti che il ruolo del dollaro nel lungo periodo sia destinato a indebolirsi a livello internazionale e le materie prime (in primis l’oro) possono essere gli asset che ne beneficeranno maggiormente.
Vi è tuttavia da segnalare che
la guerra iraniana ha in realtà rafforzato la valuta americana (rispetto all’euro
è passata da
C’è invece da chiedersi come mai non sia stato preferito l’oro. L’unica risposta plausibile è che vi sia una specie di rotazione anche qui (come sui mercati azionari dai tecnologici a titoli difensivi): si prevedeva che il petrolio sarebbe stato il nuovo driver dei mercati e tanto valeva monetizzare i guadagni conseguiti sul metallo giallo per spostarli sul cavallo vincente.
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