Gli analisti finanziari restano ottimisti. E’ quanto emerge da un articolo di “Milano Finanza” del 21 marzo (Al riparo dai crolli di Massimo Brambilla, p.15).
Per il momento la tendenza dei mercati rimane (...) ribassista nel breve (prossimi giorni), neutrale nel medio (prossime settimane) e ancora positiva nel lungo termine (prossimi mesi). Tuttavia, il quadro potrebbe degenerare rapidamente qualora Wall Street accelerasse la discesa in seguito a un eventuale inasprimento delle tensioni internazionali sull’energia, che si trasmetterebbero negli States attraverso un sensibile rincaro del prezzo del petrolio (...), nonché tramite un aumento del costo degli approvvigionamenti industriali e una contrazione dell’export, quest’ultimo amplificato dal rafforzamento del dollaro.
Il risultato potrebbe tradursi in un tonfo anche pesante delle quotazioni azionarie (...) soprattutto se gli operatori fiutassero aria di caro-energia per un certo numero di mesi, in grado di alimentare l’inflazione modificando (...) le attese sui tassi Fed. In un simile scenario, che non è ancora il più verosimile né il più probabile, sarebbe più che altro la caduta di Wall Street nell’area compresa tra 6.200 e 6.000 punti (...) a spingere gli Stati Uniti e quindi l’Europa in recessione.
Ammesso che si fermi a 6.000, sarebbe come dire che dall’inizio della guerra il mercato azionario dovrebbe perdere solo il 12,8%. Con gli impianti petroliferi e del gas che servono approssimativamente il 20-30% della domanda mondiale di energia andati letteralmente in fumo, che richiederebbero diversi anni per tornare operativi, Wall Street reagirebbe come se fosse un evento deplorevole, ma secondario?
Con tutto il rispetto per i morti delle Torri Gemelle, ma che pur nella tragicità dell’evento non hanno avuto di fatto alcun impatto sull’economia reale, con tutte le catene di approvvigionamento intatte, l’indice S&P perse circa il 30% nei dodici mesi successivi. Ed ora che verrà meno per mesi se non per anni una quota importante delle forniture energetiche, dovremmo mettere in conto una perdita di neanche il 13%?
Io credo che il mondo finanziario sia fuori dalla realtà. Non solo: ritengono il loro scenario pessimista improbabile. Loro si affidano alla
speranza di poter assistere a un recupero a V simile al “Liberation day” (...) Oggi come allora, Donald Trump si troverebbe costretto a trovare rapidamente una via d’uscita, un piano stile ”Taco”, per evitare il peggio.
Visto il personaggio è certamente possibile, ma forse non ci si rende conto che una simile soluzione significa l’estromissione a tempo indeterminato degli Stati Uniti dall’area del Medio Oriente. Non è che può dire: scusate non mi diverto più, torno a casa. Potrà cantare vittoria fin quel vuole, ma se mai dovesse ritirarsi senza che si stabilizzi in un modo o nell’altro il Medio Oriente, saranno i paesi del Golfo a provvedervi e in primo luogo l’Iran, il quale porrà le sue condizioni ed estenderà la sua egemonia sulle risorse energetiche più grandi del pianeta. Gli Stati Uniti potranno anche essere auto-sufficienti, ma gli iraniani si ricorderanno benissimo di chi è stato il loro nemico e di chi avrà girato lo sguardo dall’altra parte mentre veniva bombardato.
Da questa guerra, in un senso o nell’altro, uscirà una nuova architettura geopolitica. Uscirà un vinto e un vincitore. Il mondo non sarà più come prima.
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