Nonostante le roboanti dichiarazioni di vittoria di Trump, il prezzo del petrolio racconta la dura realtà. Ieri ha chiuso la seconda settimana di guerra all’Iran a 103,14 $/b (un aumento del 70% rispetto all’inizio dell’anno).
E’ interessante fare un confronto con quanto avvenuto nel 2022, dopo l’invasione russa dell'Ucraina.
Come si vede l’evoluzione è molto simile, con l’unica differenza che i prezzi del 2022 non saranno necessariamente da guida per l’andamento delle quotazioni del petrolio nelle prossime settimane. Molto dipenderà dalla durata della guerra. E purtroppo su questo fronte abbiamo da Washington notizie contrastanti: da una parte si dice che durerà 4-5 settimane, dall’altra si pensa di inviare truppe in territorio iraniano. Se prevarrà questa opzione, l’inevitabile escalation farà prevalere lo scenario di un nuovo Vietnam. Solo che, questa volta, oltre massacro a cui si andrà incontro, a soffrire saranno i prezzi petroliferi.
Vi sono ricerche (ad esempio: Bloomberg su Milano Finanza di questa settimana, p.10) che assicurano che se il prezzo andasse a 110 $, l’inflazione aumenterebbe dell’1% e del 3% se arrivasse a 170 $.
Ora vi mostro cosa è successo nel 2022 in Italia, quando il prezzo del petrolio si fermò (come aveste visto anche dal grafico sopra riportato) a 130 $.
L’inflazione arrivò al 12%, altro che tre punti percentuali in più.
Ovviamente, i tassi non potranno stare dietro a simili evoluzioni, per quanto siano saliti all’epoca dal’1% a quasi il 5%. Questo significa che in prospettiva le posizioni sui titoli decennali e gli obbligazionari a medio e lungo termine potrebbero subire sia una perdita in conto capitale (per l’aumento dei tassi), che una decurtazione in termini reali dovuta all’inflazione.
Al momento il mercato prevede che i tassi possano salire da qui ad un anno di 0,7 punti percentuali, ossia passare dal 3,8 al 4.5%. Questo significa che vi sarà una perdita in conto capitale, se così andrà, del 6,5%. Nei prossimi dodici mesi i titoli obbligazionari non saranno quindi il miglior investimento.
La stella polare rimane sempre l’azionario americano. L’indice S&P500 dall’inizio della guerra ha perso solo il 3,6%, ma si sta avvicinando pericolosamente alla media mobile annua, tagliata la quale si apre la possibilità di un trend ribassista. Quindi salvo che siate un investitore a lungo termine, vi è il concreto rischio che possa dare qualche dispiacere nei prossimi mesi.
Si potrebbe pensare che gli emergenti possano costituire un’alternativa. In un orizzonte temporale piuttosto lungo, potrebbe anche essere. Ma la presenza di paesi come la Cina, la Corea del Sud, l’India e altri del sud-est asiatico, ha inciso non poco sull’andamento dell’indice Msci EM (-6,2% dall’inizio della guerra), a causa della forte dipendenza dal Medio-Oriente per l'approvvigionamento energetico.
Perché non puntare sull’oro? Sicuramente ha una forza nettamente superiore all’indice S&P500. Ma anche l’oro non ha brillato: dall’inizio del conflitto è sceso del 5%. Potrà tornare a crescere? probabilmente sì. Ma, salvo che sia buona norma avere una quota del portafoglio investita nel metallo prezioso, si potrebbero trovare investimenti più performanti, in questo momento. Come le materie prime.
Queste ultime sono cresciute nel mese di marzo del 14% e del 25,8% dall’inizio dell’anno. Ma tutto dipenderà da quanto durerà la guerra.
Magari qualcuno si chiederà perché non ho preso in considerazione l'Europa. La ragione è molto semplice. Al di là della classe politica più stupida che si abbia mai avuto dalla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa non ha materie prime né risorse energetiche. E’ un vaso di coccio tra due vasi di ferro. In prospettiva, è un continente destinato al declino.
Che dire? Buona fortuna
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