01 marzo 2026

La FED e i tassi di interesse

 L’andamento del mercato obbligazionario suscita talvolta osservazioni sconcertanti. Se i titoli vengono acquistati c’è chi sostiene che è la prova che gli investitori si stanno tutelando da una imminente recessione, che decurterà i profitti delle imprese. Se i titoli vengono venduti, sarebbe la prova che gli operatori non hanno più fiducia sulla sostenibilità del debito pubblico. Insomma, quale che sia la direzione dei mercati, che acquistino o vendano,, le cose devono andar male. Il minimo che si può dire di una lettura di questo tipo è che è incoerente.

Certo che ci può essere la fuga dai titoli pubblici, ma questa eventualità non capita ogni giorno, tanto meno sui mercati sviluppati. Tanto per essere chiari: non vi è nessun pericolo che gli Stati Uniti vadano in default, in quanto saranno sempre in grado di pagare il proprio debito, dato che è emesso in dollari. Il fatto che gli investitori esteri abbiano ridotto i loro impegni nel debito pubblico americano, non mette a rischio la solidità degli Stati Uniti. Segnala sicuramente il venir meno della fiducia internazionale verso quel paese, ma il debito non è per questo più rischioso. Non si può dire che il debito continua a crescere e che è acquistato sempre meno dagli altri paesi e quindi c’è un rischio per i titoli americani. Se il debito cresce, saranno altri operatori, diversi dai paesi esteri, che acquistano i titoli: vi è una sostituzione degli acquirenti. Il maggior investitore privato americano, tanto per intenderci, è in questo momento Warren Buffett con la sua Berkshire.


Sgomberato il campo da considerazioni illogiche, vediamo di inquadrare meglio cosa guida il mercato obbligazionario. Innanzi tutto anche qui, come nel mercato azionario, gli operatori sono orientati al profitto. In altre parole, giocano la stessa partita dei colleghi che intervengono sui mercati azionari, ma in un altro campo di gioco, per certi versi più “facile”. Comprano o vendono i titoli pubblici in funzione dell’andamento previsto dei tassi di interesse. Se si aspettano che i tassi nel prossimo futuro saliranno, saranno venditori netti, poiché un aumento dei tassi si accompagna a un calo dei prezzi. Viceversa, se prevedono che i tassi scenderanno, saranno acquirenti netti, poiché ciò comporterà una crescita dei prezzi. Anche qui, il gioco è sul capital gain.


In linea di massima, prevedere l’andamento dei tassi futuri è relativamente facile, dato che la Banca Centrale esprime il proprio orientamento in ogni occasione del direttivo chiamato a determinare la politica monetaria.


Ma vi è un fattore che può confondere le acque: l’inflazione. E’ chiaro che se la crescita dei prezzi rallenta (o aumenta) e i tassi ufficiali sono adeguati a quelle previsioni (magari con tempi non sempre coincidenti), gli acquisti (o le vendite) seguiranno l’orientamento della banca centrale. Ma se vi sono ostacoli affinché le autorità monetarie diano seguito alle attese degli operatori, si apre un divario che renderà più incerto il buon esito delle operazioni di investimento.


Attualmente negli Stati Uniti abbiamo delle pressioni sulla FED da parte dell'Amministrazione Trump affinché riduca i tassi di interesse. Ma contemporaneamente le previsioni di inflazione sono, nella migliore delle ipotesi, incerte. L’inflazione non è più così alta come qualche anno fa, ma sembra resistere ad ulteriori discese (vedremo adesso cosa succederà ai prezzi del petrolio). Una politica monetaria accomodante contrasta con le aspettative di inflazione sopra il target convenzionalmente consolidato e ciò genera visioni e scenari contrastanti tra gli stessi operatori. 


Ma anche ammesso che la FED venga “conquistata” dal governo Trump, la politica monetaria accomodante potrebbe scontrarsi con le aspettative di un’inflazione resistente o crescente. In questo scenario, gli operatori vorranno rendimenti reali positivi e quindi tassi alti e crescenti. Lasciati al libero gioco delle parti, gli operatori a lungo termine compreranno i titoli se i tassi soddisferanno le loro aspettative, mentre gli operatori di breve termine si tireranno fuori dal mercato. Ma se la FED volesse intervenire a “riportare in riga” anche i tassi decennali, poiché li ritiene un ostacolo all'espansione del credito e dell’economia non avrebbe altra scelta che acquistare i titoli sul mercato secondario. In tal caso, anche gli operatori di breve termine sarebbero acquirenti netti, facilitando il lavoro della FED.


Il dilemma è sempre quello: inflazione o crescita. Il problema è trovare il giusto equilibrio (in teoria). Poi, bisogna vedere se la FED ha le spalle sufficientemente coperte per attuare le sue politiche.



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