Come è cambiata la ricchezza delle famiglie italiane tra il 2010 e il
2022? Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia analizza la composizione per
tipologia di investimento rispetto a tre segmenti di ricchezza: il 50% più
povero, quello che possiamo considerare il 40% mediano e il 10% più ricco.
Il 50% più povero
Le famiglie con minor disponibilità economiche possono contare prevalentemente sulla casa di proprietà Nel 2010 costituiva quasi i tre quarti della loro ricchezza. La liquidità, contava per il 16,5% mentre gli investimenti in altre attività finanziarie (obbligazioni, azioni, fondi comuni e assicurazioni sulla vita) non andavano oltre il 9%.
Tra il 2010 e il 2022, la quota immobiliare è salita quasi all’80%. Sono forse diventati più ricchi? Ne dubito. Mentre la liquidità è rimasta sostanzialmente immutata (17%), in realtà hanno dovuto attingere al risparmio. Gli investimenti finanziari sono più che dimezzati, passando dall’8,9 al 3,9%. Il venir meno del risparmio destinato alle attività finanziarie spiega la crescita del peso della quota immobiliare.
Il ceto medio
Per le famiglie un po’ più agiate, comprese tra il 50 e il 90% tra quelle più benestanti, la quota immobiliare rimane di notevole importanza. Nel 2010 rappresentava oltre il 77% della ricchezza. Dodici anni dopo scende a circa il 75%.
Aumenta invece significativamente la quota di ricchezza che si vuole detenere a disposizione, dal 10,6 al 14,7%, a scapito degli investimenti finanziari, che passano dal 12,1 al 10,3%. Si può così desumere che il ceto medio magari non si è impoverito, ma la percezione di una maggiore incertezza, il timore per il futuro, lo hanno indotto a restare un po’ più liquido, rinunciando agli investimenti finanziari almeno nella intensità di quanto avveniva un decennio prima.
Il 10% più ricco
La quota immobiliare per i più ricchi è notevolmente diminuita: dal dal 57 al 46%. E’ sicuramente cresciuta la liquidità che si vuole mantenere a disposizione (dal 9 all’11,5%), ma il grande balzo è avvenuto negli impieghi finanziari, dal 34,4 al 42,2%.
L’afflusso di nuove disponibilità economiche è stato prevalentemente dirottato nelle partecipazioni azionarie (soprattutto non quotate), nei fondi comuni di investimento e nelle assicurazioni vita.
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