Lo S&P arranca, gli emergenti pure. Dei tecnologici meglio non parlare. Anche l’oro sembra incerto, almeno in questi ultimi giorni.
Ma se non si è dei day trader, non conviene inseguire le giravolte dei mercati. Meglio guardare ai trend. A particolari trend: ai rapporti tra due possibilità di investimento. Ad esempio: è meglio investire su Wall Street o sull’oro?
La risposta potrebbe essere scontata, viste le performance del metallo giallo. Ma può essere utile avere un’idea visiva.
Il grafico riporta il rapporto tra l’indice S&P500 e le quotazioni dell’oro. Se la linea rossa scende, vuol dire che l’oro si sta rafforzando rispetto all’azionario. Dall’inizio dell’anno scorso tale dinamica è confermata anche dal taglio verso il basso della media quinquennale di quel rapporto.
In questi ultimi giorni, il bitcoin si è un po’ ripreso. come si rapporta verso l’oro?
Anche in questo caso, una discesa della linea rossa indica una forza relativa dell’oro rispetto al bitcoin. Tale situazione si è determinata a partire dall’ultimo trimestre dell’anno scorso. Il rimbalzo degli ultimi giorni del bitcoin, in un'ottica di lungo periodo, non intacca la forza relativa del metallo giallo. Ciò non vuol dire che il bitcoin non possa aumentare ancora. Afferma solo che tra oro e bitcoin, il metallo giallo sembra avere più carburante per crescere, senza che ciò comporti che la criptovaluta debba restare al palo. Possono crescere tutte e due, ma al momento sembra favorito l’oro.
Se proprio si vuole restare sull’azionario, perché non considerare i mercati emergenti?
La discesa della linea continua segnala una forza relativa degli EM rispetto all’indice americano, almeno dal secondo trimestre dell’anno scorso. La guerra in Iran ha colpito pesantemente un paese importante della platea degli emergenti: la Corea del Sud. Martedì ha perso il 7% e ieri il 12%. La Corea del Sud dipende in maniera enorme dal petrolio che arriva dal Medio Oriente, molto più della Cina (circa il 25% delle sue importazioni, contro il 70% circa della Corea del Sud, la quale è in bella compagnia con il Giappone, Singapore e Taiwan. La quota è inferiore ma superiore a quella cinese invece per India, Thailandia e Malaysia).
La guerra in Iran ha quindi colpito anche i paesi emergenti, tale per cui pur mantenendo la loro forza relativa rispetto all’indice S&P, sono meno “baldanzosi”.
Gli emergenti sono notoriamente esportatori di materie prime. E se vengono messi a raffronto con l’indice Goldman Sachs Commodity Index (GSCI), queste ultime sembrano molto più interessanti dell’indice MSCI EM.
Non solo le materie prime sono più performanti degli EM, ma tale prospettiva si è palesata da poco. Se tale rapporto fosse confermato nelle prossime settimane, potremmo essere nella fase iniziale di trend favorevole alle commodities. Resta tuttavia da verificare quanto tempo durerà la guerra all’Iran e conseguentemente se l’aumento del petrolio potrà essere riassorbito o continuerà a crescere. Nel primo caso, come il grafico dimostra, l’azionario dei paesi emergenti ha sempre ritrovato la forza per crescere. Ma se la guerra dovesse prolungarsi potrebbe essere più conveniente stare dalla parte delle materie prime.
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