Sebbene manchino ancora due giorni per terminare settembre, anche questo mese si chiude positivamente a Wall Street: +2,8%, smentendo la stagionalità degli ultimi dieci anni che profetizzava un calo medio del 2%.
In realtà quasi tutti i principali mercati sono andati bene, dall’oro (praticamente +10%) alla Cina (+6,5%). Anche il bitcoin, che ha subito una correzione del 12% circa dai massimi (oltre 124 mila), riesce ad aumentare dell’1%.
Ciò è ancora più evidente se si guarda ai guadagni maturati dall’inizio dell’anno.Tuttavia, per restare in ambito azionario e al centro del sistema finanziario mondiale, ossia a New York, gli ultimi giorni hanno lasciato trapelare un’incertezza tra gli operatori. A nuovi massimi seguivano brevi e modeste correzioni, quasi si avesse timore di portarsi troppo avanti. Insomma, sembrava che si domandassero: che fare? Il mercato continuerà a crescere o inizierà a stornare, dopo essere cresciuto dalla fine di settembre di 3 anni fa dell’85%? E la sensazione era quella dell’asino di Buridano: entrambe le possibilità sono davanti agli investitori, ma non hanno ancora deciso.
Quello che qui si può fare è esaminare i dati e cercare di capire come potrebbe evolvere, sebbene non vi siano certezze, perché troppi sono i fattori e i protagonisti che entrano in gioco.
Il motore principale dei mercati azionari dovrebbe essere quello degli utili (eps). Da qui a dodici mesi sono visti in crescita del 17%. Il 2025 dovrebbe chiudersi con un aumento degli eps superiore al 10% e il 2026 con un incremento del 17,3%.
Se l’andamento degli utili è
una buona base di partenza, occorre metterla a raffronto con le quotazioni
correnti. I prezzi dovrebbero già includere quelle previsioni. Ne risulta un
rapporto tra prezzi e utili (il P/E) di 22,8 innanzi a un P/E medio di 20,2. Da
qui partono tutti gli avvisi, le preoccupazioni e i timori che il mercato
azionario sia caro e che debba per forza correggere. In effetti lo scostamento
percentuale tra il P/E atteso e quello medio è di circa il 13%, un valore
superiore a quello che si ebbe nel maggio del 2015, quando arrivò al 12% a cui
seguì una contrazione delle quotazioni che a settembre dello stesso anno fu del
9%.
Si può allora sicuramente dire che è suonato un campanello d’allarme, ma va anche detto che siamo ben distanti dai picchi di dicembre 2019 (oltre il 35% in più del p/e medio) o del 2021 (22% in più rispetto alla media). La possibilità che vi sia un correzione è inevitabile, ma non certa. D’altra parte, le correzioni sono fisiologiche nei mercati azionari.
Cosa potrebbe quindi
avvenire? Premesso che non si possiede la sfera di cristallo, non ci resta che
guardare a come l’indice S&P500 si è mosso nel passato. Quello che si nota
è che è sceso all’inizio dell’anno in coincidenza con il rallentamento della
crescita degli eps trimestrali ed è poi cresciuto con la ripresa degli stessi
fino ad oggi. Se dovesse continuare a “replicare” questo andamento, dovremmo
attenderci una fase laterale fino alla fine dell’anno, seguito da una crescita
nel primo trimestre del 2026. Dopodiché … ci attenderebbe una prolungata
discesa.
Vedremo, se sarà così.
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