Dalla fine del 2021, le famiglie americane sono le principali detentrici di azioni. La loro quota alla fine del primo trimestre di quest’anno era poco meno del 42%, superando il settore finanziario nel suo complesso, che si ferma al 37%. Gli investitori esteri contano per un 17,7% e infine altri possessori interni contano per il residuo 3,5%.
Il possesso di azioni da parte delle famiglie nel grafico considerato si riferisce ai titoli corporate, prevalentemente quotati in borsa. Ma oltre a questi, le famiglie detengono titoli azionari relativi alle attività imprenditoriali di cui possono essere proprietarie ed infine le quote detenute presso i mutual fund, ovvero fondi comuni ed etf.
La quota posseduta di azioni
corporate sul totale delle attività
finanziarie delle famiglie è la più consistente, pari al 29,4%. Se aggiungiamo
le altre azioni, rappresentative di proprietà imprenditoriali (pari al 12,1%) e
le quote nei mutual fund (9,4%),
risulta che oltre la metà del patrimonio finanziario delle famiglie è investito
in azioni (50,9%).
I titoli obbligazionari sono solo il 4,6%, di cui solo il 2,2% relativi al Tesoro americano.
La quota azionaria è a livelli record, almeno dal 2000 ad oggi, sia che la si valuti nel suo complesso, sia che si consideri solamente la parte corporate, ovvero quella acquistata a Wall Street.
In questo periodo di tempo, il minimo è stato toccato dopo la crisi dei mutui sub-prime / Lehmann Brothers, ovvero nel 2009 quando le azioni “quotate” scesero all’11,3% delle attività finanziarie possedute, tanto che erano inferiori al valore delle azioni delle attività imprenditoriali direttamente possedute (14,6%).
Da allora, mentre le altre
due categorie restavano più o meno ferme, le azioni “quotate” (linea blu del grafico) hanno intrapreso una strepitosa cavalcata.
Come cantava Orietta Berti:
Fin che la barca va, lasciala andareFin che la barca va, tu non remareFin che la barca va, stai a guardare
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