15 febbraio 2026

L'anomalia

 


Proseguendo l’analisi iniziata nei giorni scorsi (qui e qui) è interessante notare una anomalia.

Prima di vederla, è bene evidenziare quella che può essere considerata “la norma”. Questa sostiene che il bear market (la correzione o il crollo) dello S&P500 avviene quando i titoli growth (prevalentemente costituiti dal settore tecnologico, ma non solo) incominciano a perdere forza relativa rispetto ai titoli value.

Considerando il settore tecnologico rispetto all’indice generale S&P500, ciò si è verificato in tre delle ultime quattro fasi ribassiste (più o meno lunghe): alla fine del 2018, nei primi nove mesi del 2022 e l’anno scorso in occasione dei dazi di Trump. Non si verificò in occasione del Covid all’inizio del 2020 perché l’imposizione del lockdown favorì la domanda di tecnologie per le connessioni online.

La stessa successione si riscontra con i titoli growth e value.

Ma cosa sta succedendo tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di quest’anno?

Il settore tecnologico perde peso nei confronti dell’indice S&P (passando da 0,87 a 0,79) e parallelamente i titoli growth scendono da da 2,14 a  1,82 rispetto ai value e, come se non bastasse, tagliano verso il basso la media annua.

Eppure, per quanti timori si possono avere sulla sostenibilità delle attuali quotazioni, non vi è traccia di una correzione. L’indice S&P vivacchia  vicino ai massimi, prende delle sberle, ma non cede. Potrà dare scarse soddisfazioni, ma l’attuale momento non è (non è certamente ancora) da bear market.

Come si spiega questa anomalia?

E’ merito dei titoli value? Sicuramente. Ma se sono così forti da tamponare le difficoltà che i titoli tecnologici e i titoli growth in generale stanno affrontando, vuol dire che gli investitori si stanno spostando massicciamente sui settori difensivi.

Per difendersi da cosa? Certo i dubbi sull’AI sono sempre più diffusi e se gli operatori metteranno in discussione la bontà di quel modello di business, le quotazioni verranno giù in caduta libera.

Temo tuttavia che i timori vadano oltre l’AI. Non è necessario ricordare il contesto geopolitico internazionale e il peso crescente dell’oro nelle riserve internazionali a scapito del dollaro (oltre che dell’euro). Questi sono tutti temi ben presenti agli investitori, ma che si tenta di lasciare sullo sfondo, come se le implicazioni che ne possono derivare non siano ancora così impellenti da valutare. Detto in altro modo, se si teme il crollo del sistema, crolla tutto e non ti metti a comprare le Coca-Cola o le Colgate-Palmolive.

E invece le comprano. Quello che si teme non è (per il momento) il crollo del sistema (ammesso che ci sia), ma che siano l’economia, i redditi, a venire giù, ovvero che il quadro idilliaco che ci sventolano con il pil (o il gdp) non sia poi così rassicurante. Se sarà l'AI o qualcos'altro a provocare la recessione lo si vedrà.

Vi è infine un'altra possibilità: gli investitori si stanno sbagliando. Se non ci sarà recessione, se l'AI si dimostrerà un progetto redditizio, tutto questo sarà dimenticato velocemente.

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