Una teoria vuole che i tassi della FED, la banca centrale degli Stati Uniti, siano un indicatore anticipatore della recessione e conseguentemente dei crolli del mercato azionario.
In particolare, le crisi avvengono quando i tassi sono sui massimi. La recessione (indicata nel grafico mediante una striscia grigia) induce la banca centrale a ridurre i tassi di interesse in maniera energica.
Limitandosi alle ultime grandi recessioni, quelle del 2001 e del 2008, si può apprezzare come questa ipotesi trovi ampia conferma.
Quelle del Covid (2020) e la crisi ucraina (2022) sono di fatto eventi al di fuori delle dinamiche finanziarie intrinseche al sistema.
Vi è però l’eccezione
del 2024/25.
Ma se fosse esattamente il contrario? Se fosse il crollo dei mercati azionari a provocare la drammatica riduzione dei tassi da parte della FED?
Che gli alti tassi di interesse possano essere la causa di una crisi per l'economia reale è difficile da negare. Ma ciò che avviene nei mercati finanziari è esattamente l'opposto di quanto vuole asserire quella teoria: la FED si muove energicamente solo dopo il sell-off dei mercati, quando tutti vanno in cerca di liquidità e non vi è nessuno disposto a cederla.
Oggi abbiamo una discesa graduale dei tassi, non un intervento di emergenza per arginare una crisi. I tassi non sono più sui massimi e l'economia reale, se viaggia a un ritmo non particolarmente brillante o comunque non sufficiente a soddisfare le ambizioni dell'Amministrazione Trump, sembra comunque tenere.
All'orizzonte si profilano dubbi sugli investimenti in AI e sulla capacità di offrire un ritorno adeguato alla mole degli impegni finanziari che vi sono dedicati. Ma se vi sarà delusione e quindi una crisi finanziaria non sarà per gli alti tassi di interesse, ma proprio per il venir meno delle aspettative che stanno alimentando l'attuale corsa agli investimenti.
Nessun commento:
Posta un commento