Dopo la trimestrale di Nvidia le previsioni degli utili per azione (eps) delle società incluse nell’indice S&P500 sono migliorate.
All’inizio del mese la crescita degli utili relativi al secondo trimestre era al 47,6%. Oggi è poco sotto il 50%. Quelli previsti a dodici mesi sono passati dal +0,8 a +1,8%.
Il miglioramento degli eps previsti a giugno 2027 è tuttavia ininfluente sul trend di crescita, che rimane in deciso rallentamento. Lo scenario ipotizzato il 2 agosto viene quindi confermato.
Praticamente giunti alla fine del mese, il bitcoin risulta il miglior investimento, con un incremento del 23,4%. La criptovaluta aveva superato anche gli 80 mila dollari, ma la propensione al rischio si è smorzata con la prospettiva di un aumento dei tassi di interesse.
Stessa evoluzione per l’oro, che era ritornato sopra i 4.600 $, ma il discorso del presidente della FED Kevin Warsh a Jackson Hole, incentrato sull’obiettivo di riportare l’inflazione al 2%, ha indotto gli operatori alla prudenza. Nel mese guadagna comunque oltre il 10%.
Le tensioni in Medio Oriente, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto impraticabile, mantengono elevate le quotazioni del petrolio e di conseguenza l’indice Bloomberg delle materie prime che nel mese guadagna oltre il 6%.
L’impulso derivante dalla trimestrale di Nvidia non è stato sufficiente a dar slancio a un mercato azionario piuttosto apatico, che chiude il mese con un incremento del 3%.
Oltre al vistoso rallentamento della crescita degli utili, vale la pena segnalare l’andamento del Margin Debt.
In estrema sintesi si tratta della possibilità di acquistare azioni con una modesta quota e ricorrere all’indebitamento per la parte restante dell’investimento. Se le aspettative si realizzano, vi sono utili straordinari. Ma se prendono la direzione inversa, l’investitore è chiamato a ricostituire i margini, immettendo nuovi capitali. In mancanza, l’intermediario procede alla vendita forzata della posizione. In questa eventualità, l’impatto sui prezzi potrebbe essere significativo e dare avvio ad un effetto domino presso altri operatori. Se le vendite forzate si diffondono, potrebbe delinearsi un trend ribassista.
Dall’inizio degli anni 2000 vi sono stati almeno tre episodi in cui il mercato (o gli operatori che usavano il margin debt) hanno dovuto liquidare massicciamente le posizioni. In tutti e tre gli episodi, il margin debt era cresciuto rispetto all’anno precedente di oltre il 60%.
Nel maggio di quest’anno ha superato il 50% e sebbene a luglio sia sceso a meno del 39%, tale crescita è il doppio dell’aumento dell’indice S&P500. Vi è quindi una forte esposizione speculativa. Se queste aspettative dovessero andare deluse il rischio di un crash è tutt’altro che peregrino.
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