17 maggio 2026

Azionario tra rischi geopolitici e AI

 

Ad Aprile l’inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,8%, superando nettamente il tetto massimo che si può attribuire alla crescita dei prezzi al consumo negli ultimi dieci anni, ad eccezione dell’infiammata successiva all’invasione della Ucraina.


Conseguentemente sono aumentati non solo i tassi di interesse correnti, ma anche le aspettative future. 



Occorre notare che ogni volta che i tassi a breve termine (a un anno nel grafico, linea scura) hanno raggiunto o superato i rendimenti decennali si è innescata una crisi finanziaria: così è stato all’inizio del millennio, nel 2007/8 e nel 2019/20. Non è andata così nel 2024. O meglio, delle forti correzioni vi sono state, ma non tali da poter dire che il mercato azionario fosse entrato in bear market.


Oggi i tassi stanno risalendo e si prevede che aumenteranno nel giro di un anno di almeno mezzo punto, dal 3.75 al 4,25%. Con l’attesa di una crescita dei rendimenti si hanno due effetti: uno sull’economia reale e uno sul mercato finanziario. L’aumento dei tassi andrà a frenare la domanda di capitali per investimenti e il credito al consumo, determinando un rallentamento della crescita economica. Dal lato finanziario, i titoli in portafoglio subiranno una decurtazione in conto capitale. Per evitare queste perdite, gli investitori istituzionali (ma non solo) saranno indotti a vendere i titoli, drenando liquidità dal sistema economico. La combinazione di questi due effetti è alla base delle crisi finanziarie che si sono verificate in passato, le quali non aspettavano altro che si desse fuoco alla miccia per esplodere in maniera evidente.


Attualmente, il sistema bancario americano ha rallentato gli acquisti di titoli, ma rimane ancora un acquirente netto, ovvero continua a immettere liquidità nel sistema, sia pur con meno convinzione. Parallelamente, i finanziamenti erogati a imprese e famiglie restano molto elevati (+7.2% nell’ultimo anno ad aprile).


Per quanto sia da monitorare l’evoluzione dei tassi (e dell’inflazione), al momento non sembra che vi sia una situazione di allarme sul lato finanziario del sistema economico americano.

Gli utili per azione (eps) delle società incluse nell’indice S&P500 nel primo trimestre di quest’anno sono cresciuti del 26%, spingendo il mercato verso nuovi massimi assoluti. In questo trimestre gli eps dovrebbero rallentare al 20% e ciò potrebbe riflettersi sul mercato nel prossimo trimestre, con l’avvio del rilascio da parte delle società degli utili relativi al secondo trimestre. Successivamente la crescita degli eps dovrebbe stabilizzarsi tra il 21 e il 23%. 


L’indice S&P nell’ultimo anno è aumentato del 25% incorporando di fatto tutta la crescita degli utili. Nei prossimi dodici mesi gli eps sono visti in crescita del 18%. Se si assume che i multipli con cui vengono scambiati gli utili restino inclusi nell’intervallo dell’ultimo anno, ossia un P/E tra 22 e 25, il potenziale rialzo del mercato azionario dovrebbe essere tra l’8 e il 22%.

E’ evidente che una revisione da parte degli operatori finanziari dei P/E sotto 22, ferme restando le attuali previsioni degli utili, impatterebbe negativamente sul trend del mercato azionario. Ovviamente i motivi per rivedere i P/E al ribasso non mancano, con una situazione geopolitica alquanto problematica e i timori che l’intelligenza artificiale (AI) non possa garantire i ritorni adeguati alle attuali aspettative.

Al momento non sembra che il mercato stia prezzando questi rischi e confida in una rapida risoluzione del conflitto  in Medio Oriente (se la si pensa diversamente, si dovrebbe  avere un profilo di rischio più basso). Quanto all’AI, il divario di opinioni è talmente ampio che sarebbe un peccato restarne fuori, sebbene converrebbe comunque non appesantire troppo il portafoglio.


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