Dall’inizio dell’anno Wall Street sembra il miglior investimento, con l’indice S&P500 cresciuto del 7,4%. Chi ha investito in oro ha visto scendere le quotazioni di quasi il 5%, per non parlare del bitcoin, ove la perdita supera il 30%.
Ma la cosa interessante non è tanto chi ha guadagnato di più, ma cosa è successo a giugno: praticamente tutte le asset class sono state vendute, ad eccezione dei titoli governativi decennali (+0.7% al netto degli interessi).
Quindi se si vendono le azioni e non si acquista oro (o bitcoin) vi è solo un’altra possibile destinazione, a parte i deboli interventi sui titoli decennali: la liquidità. Gli investitori in maggioranza hanno preferito monetizzare ogni tipo di impiego finanziario.
Perché?
Vi sono solo due possibili risposte a mio parere.
La prima, che ritengo la più probabile, non è certo per i rendimenti che offre la liquidità. Anche volendo considerare i tassi a breve termine (1 anno) si può conseguire un rendimento del 3,9%. Ma con un’inflazione che negli Stati Uniti è al 4,2% (a maggio), si avrebbe un ritorno in termini reali negativo. Pertanto, è ragionevole ipotizzare che gli investitori abbiano deciso di monetizzare in vista di un ribilanciamento dei loro portafogli: con l’inizio del secondo semestre vorranno capire che aria tira sia a livello geopolitico (se effettivamente verrà riaperto o meno lo Stretto di Hormuz o se è solo una pausa prima di una nuova ondata di bombardamenti), sia a livello americano, dato che le elezioni di midterm sono sempre più vicine, con il rischio di una sconfitta di Trump. In altri termini, si è fatta cassa nella prospettiva di reinvestirla in temi considerati più interessanti. In tal caso, quella di giugno è solo una pausa all’interno di un trend che rimane impostato positivamente.
Oppure… Oppure si è monetizzato perché si teme il peggio. E una perdita del potere d’acquisto del 4,2% è un sacrificio ben sopportabile innanzi alla possibilità di perdite ben superiori. Ovviamente non si sa la probabilità di un simile scenario, ma non può essere escluso a priori.
Si può dire però che le previsioni degli analisti restano ottimiste, con gli utili per azione (eps) delle società incluse nello S&P500 visti in crescita nei prossimi dodici mesi del 19%. Tenendo conto che l’azionario americano è cresciuto nell’ultimo anno del 18,5%, innanzi ad una crescita effettiva degli utili del 18,7%, si può asserire che il mercato deve ancora apprezzare la crescita degli utili prevista per il prossimo anno.
I presupposti perché si possa
realizzare il primo scenario vi sono. Non resta che prepararsi a vivere il semestre
che viene.
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