A partire dal 2000 il mercato azionario, qui rappresentato dall’indice S&P500, ha vissuto sostanzialmente tre periodi di crescita.
Il primo è partito nel 2002, dopo la crisi delle dot.com e delle Torri Gemelle. Tale trend è durato fino a quando è scoppiata la crisi dei mutui sub-prime e il fallimento della Lehman Brothers nel 2007. Il rialzo è stato del 90% in poco più di cinque anni.
Il secondo trend crescente è stato quello più lungo, durato oltre un decennio, dal 2009 al 2021, superando anche le difficoltà insorte a causa della pandemia. Sarà la crisi ucraina a porre fine ad una crescita arrivata a poco meno del 550%.
Ma il calo dovuto alla guerra, per quanto profondo (-25%), è durato solo nove mesi. Poi è partito l’attuale trend e al momento consente guadagni, se fosse stato preso alla fine di settembre 2022, dell’80% (in nemmeno tre anni). L’episodio dei dazi della primavera scorsa, in questa prospettiva, appare del tutto fisiologico.
Le oscillazioni, le cadute,
sono inevitabili, anche nei trend positivi. Poiché nel mercato operano
investitori con finalità e orizzonti temporali diversi. Pertanto, basta un
pretesto (non importa se di politica monetaria, un evento geopolitico o altro
ancora) per dare la possibilità agli investitori di breve periodo di
monetizzare i guadagni conseguiti. Ma gli investitori di lungo periodo devono mantenere
i nervi saldi, perché uscito l’ultimo “speculatore”, il mercato è ripulito e può
riprendere il percorso guidato dai dati fondamentali (gli utili delle società).
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