Come è noto, il primo trimestre è terminato con un calo delle borse in seguito al bombardamento degli Stati Uniti all'Iran. Tuttavia, l'indice FtseMib dei principali 40 titoli della borsa italiana ha perso meno di quanto ci si poteva aspettare: solo l'1,4% contro, ad esempio, il 4,6% dell'indice azionario americano S&P500.
Ma questa non è l'unica sorpresa relativa al mercato italiano. Chi fu a dare l'input alle vendite, seppur modeste come si è visto, sono stati gli investitori esteri, il cui peso su Piazza Affari è sceso di quasi un punto percentuale, ritornando per la prima volta dalla fine del 2024 sotto il 50%.
Le vendite degli investitori esteri sono state assorbite in parte dalle famiglie (per 0,2 punti percentuali), ma soprattutto dal sistema economico e finanziario nazionale (per 0,7 punti percentuali).
In altre parole, i retails solitamente accusati di vendere al primo stormir di fronde si sono comportati come i professionali, mentre gli investitori esteri, ove non si parla evidentemente del sig. Smith, ma di investitori prevalentemente istituzionali, se la sono data a gambe levate appena le cose hanno cominciato a mettersi male.
Peccato! Perché dalla fine del primo trimestre (ovvero da quando Trump si è stufato di giocare a fare il generale dell'esercito più potente del mondo, almeno temporaneamente) la borsa italiana è cresciuta di oltre il 17% (contro poco più del 14% dell'indice S&P).
Probabilmente il merito sarà da attribuire al ritorno degli investitori esteri, dato l'enorme peso che giocano sulla borsa italiana, ma fa specie notare che i cosiddetti professionisti alla fine non siano molto diversi dalla rinomata casalinga di Voghera, che nel caso specifico ha avuto forse più sangue freddo di coloro che passano il tempo a scrutare pareti tappezzate di grafici otto ore al giorno.
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